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Scandalo Montepaschi, tutti assolti e un solo condannato: Antonino Monteleone. Così la feccia con la toga lo ha punito per aver osato raccontare le loro malefatte

di Antonino Monteleone da Facebook

Avrei voluto essere più sintetico, ma se adesso siete qui vuol dire che avete una pazienza d’oro. Perdonatemi, almeno voi.

Ieri la sez. IV penale del Tribunale di Torino mi ha condannato. Ha stabilito che un servizio, andato in onda nel novembre del 2017, ha offeso l’onore e la reputazione dell’avvocato M.B. (che da ora in poi chiamerò l’avvocato X).
Non era lui il focus del servizio. E a fare il suo nome non sono stato io, ma un’altra persona. Quando il suo nome è stato pronunciato, fu coperto da un segnale acustico per impedirne l’ascolto al pubblico.
Io ho riportato ciò che mi fu riferito, nel corso di un colloquio presso il suo studio legale, dall’avvocato Luca Goracci.

Luca Goracci, inizialmente indagato con me, vede la sua posizione archiviata su richiesta della Procura sulla base di un fatto (cito dalla richiesta di archiviazione: «Monteleone ha fonoregistrato le dichiarazioni dell’avvocato Goracci mandate in onda all’interno di un ristorante e/o comunque all’interno di un locale aperto al pubblico» – quindi manca l’elemento soggettivo della diffamazione) che al dibattimento è stato smentito dallo stesso Goracci, sentito come testimone.

Goracci ha confermato che quelle erano le sue parole, che quello era il suo racconto, che tutto è successo all’interno del suo studio legale.

Ma cosa ha raccontato Goracci? E perché averlo mandato in onda mi è costato una condanna? Ma soprattutto chi è Luca Goracci?

Luca Goracci fino al 2019 è stato l’avvocato di Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi. Si deve anche al suo duro e incessante lavoro la riapertura delle indagini sull’apparente suicidio di David nel 2015, dopo la prima archiviazione.
Devo a lui gran parte del mio patrimonio di conoscenze su questa complessa vicenda. Gli ero amico ieri, gli sono amico ancora oggi.

Nel mese di agosto del 2017, nel suo studio, gli chiedo di raccontarci tutto quello che era successo in quegli anni, tutto ciò che secondo lui era importante sapere e, quindi, condividere col pubblico.

Tra le altre cose ci racconta di un incontro con uno strano soggetto che si presenta sotto mentite spoglie. Questo individuo, nel 2016, gli racconta cose assurde assieme altre che lo sembrano un po’ meno.
Tra le altre cose, che lui e David sarebbero spesso andati a Roma. E che durante alcune – non tutte – di queste trasferte avrebbero addirittura fatto tappa allo IOR. Una volta, di ritorno da una di queste trasferte, David avrebbe chiesto al suo misterioso accompagnatore di essere lasciato in ospedale. La circostanza, apparentemente marginale, trova una conferma nei ricordi di Ranieri Rossi, fratello di David.
A novembre del 2012 David si sarebbe presentato in ospedale a Siena, di ritorno da Roma, per fare visitia al padre morente. Allontanandosi per usare il bagno si sarebbe, in modo assai particolare, raccomandato di fare attenzione alla sua valigetta. Questo ricorda bene Ranieri Rossi.
E questa conferma induce l’avvocato Goracci a ritenere credibile il suo interlocutore ancorché abbia scoperto – mesi dopo – che questi ha mentito sulla sua reale identità. Goracci è convinto che qualcuno “volesse capire fin dove noi si era capito”.

Luca Goracci non lo sa, ma io ho registrato tutto. Per molti mesi rifiuta l’invito a rilasciare un’intervista (anche) sul punto.
Mesi dopo, siamo a novembre, Sergio Rizzo su Repubblica pubblica questo articolo.

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Piccolo inciso: al dibattimento l’avvocato X dice di essersi riconosciuto anche nell’articolo di Sergio Rizzo («in particolare da un articolo della Repubblica che conteneva un’intervista sempre del medesimo avvocato Goracci, nel quale egli riferiva che questo signore Muto sosteneva che un personaggio in tutto e per tutto nuovamente attribuibile alla mia persona, avrebbe avuto a che fare con la morte di David Rossi» – verbale udienza dibattimentale 19.2.2022)

Io mi rendo conto di avere in mano una tessera del puzzle in più. Insistiamo con Goracci perché parli di questa vicenda con una telecamera davanti.

Quando è il momento di parlare della “valigetta” e dello IOR, Goracci si tira indietro. Non vuole più continuare l’intervista.
Decidiamo di rendere noto al pubblico, però, cosa l’avvocato Goracci sa e pensa veramente di tutta questa storia. Il luogo è lo stesso, è diverso il tempo.
Il nome dell’avvocato M.B. è occultato da un suono. Rendiamo nota solo una circostanza di fatto particolarmente rilevante sotto il profilo storico. Mai nessuno nella storia degli amministratori di Banca Mps aveva un posto anche allo IOR.
Penso ancora oggi che se avessi omesso di riferire al pubblico questa circostanza mi sarei sottratto ai miei doveri di cronista privando lo spettatore di un elemento utile alla comprensione.
Questo passaggio mi è costato la condanna di ieri.

Avrei potuto evitarlo? Certo. Avrei potuto non riportare proprio le parole di Goracci perché non ero in possesso della fotografia di David e dell’avvocato X che si incontrano allo IOR – questo ha fatto capire il Giudice col suo intervento nel corso dell’esame a cui mi sono sottoposto.

E avrei potuto invece parlare dell’avvocato X dicendo che i giornali hanno scritto che era stato “indagato per riciclaggio” o copincollare gli atti del procedimento contro di lui per il reato di “insider trading”. Avrei potuto dire che da membro del Cda di Banca MPS avrebbe usato il telefono del suo autista per dare informazioni – che il Gip di Siena e quello di Firenze avevano ritenuto “privilegiate” – ad un giornalista. Aggiungendo che comunque quelle accuse sono crollate nelle fasi successive, ma gli sono costate il posto in Cda. Certo avrei potuto e non avrei corso alcun rischio.

Perché non c’è Giudice che ti condanna se fai copincolla degli atti dell’autorità giudiziaria. Invece non avevo alcuna intenzione di attaccare l’avvocato X. Lo ripeto: la notizia non era la sua presenza nel racconto di Goracci. La notizia era cosa pensava Goracci. Il fatto che Goracci avesse così poca fiducia nell’autorità giudiziaria di Siena da non aver mai confidato la circostanza.
Il mio unico scopo era, e rimane, quello di sollecitare l’autorità ad approfondire. In quel caso a fare di più per scoprire l’identità dell’uomo che raccontò quelle cose a Goracci, per esempio.
Ci provò la Polizia di Siena, ma acquisirono i tabulati telefonici della sola utenza fissa dello studio di Goracci. Niente sui cellulari. E vabbè, capita.

Penso però che una magistratura che lascia il campo libero soltanto al giornalismo che si limita a riportare solo gli atti da essa prodotti e solo e soltanto allo scopo di consolidarne la legittimazione, non faccia il bene della democrazia.

L’avvocato X, che avrei diffamato, non ha prodotto una sola uscita a mezzo stampa di qualsiasi genere (radio, tv, stampa, internet) che identificasse la sua figura con l’uomo al quale si riferiva l’avvocato Goracci.
La sua carriera viaggia a vele spiegate e io non posso che rallegrarmi che un professionista affermato ottenga ciò che merita.

Il polverone, a dire il vero, lo solleva lui. Perché oggi migliaia di persone vorranno saperne di più e tutto ciò è innescato delle sue (legittime) iniziative giudiziarie e dalle sue esternazioni a mezzo stampa per attaccare me e Le Iene.

Confido nel giudizio d’Appello. Ricordo ancora quando il Tribunale civile di Torino condannò Corrado Formigli ad un risarcimento da 10 milioni di euro in favore di FIAT per avere detto che l’Alfa Mito prendeva qualche secondo in pista dalla Mini Cooper.

E se non dovessi vedere riconosciute le mie ragioni in Appello, andremo avanti fino alla Corte di Cassazione.

Una cosa è certa: la decisione di ieri restringe il campo di azione dei giornalisti che, sul campo, vogliono provare a capire qualcosa in più. Di chi cerca in modo autonomo le fonti delle proprie notizie e non si fa dettare articoli e servizi dalla Procura della Repubblica o dalla Polizia Giudiziaria.

La prima condanna dopo cinque anni è la mia. Ho usato questo paradosso per esprimere la mia delusione, ma pensateci un attimo.
A ottobre 2017 porto in tv una storia che tanti avevano dimenticato, ma che moltissimi non conoscevano proprio. Per quattro anni meniamo come fabbri perché rimanesse acceso un faro su questa vicenda. Addirittura il Parlamento istituisce una commissione d’inchiesta riconoscendo il merito del nostro lavoro.
E dopo cinque anni devo prendere questo schiaffo in faccia da un Tribunale della Repubblica “in nome del popolo italiano”? Scusatemi ma mi ribolle il sangue nelle vene. In nome del popolo italiano… dai su!

So già che l’unico modo per tenere in piedi una decisione del genere sarà andarci giù pesante nelle motivazioni, eppure non vedo l’ora che vengano depositate per poter impugnare una decisione che ritengo sbagliata nel merito e profondamente ingiusta nella sostanza.

C’è chi dice che le condanne per diffamazione sono un fisiologico evento di chi fa il giornalista, sarà ma faccio fatica ad accettarlo.

La Procura di Torino aveva chiesto la condanna a 4mila euro di multa. Il Giudice mi ha condannato ad una pena di 10 volte inferiore, 400 euro di multa. Più una provvisionale da 20mila euro e le spese legali.
Non è la fine del mondo, tuttavia la decisione del Tribunale mi devasta.
Perché quel servizio lo rifarei tale e quale altre 100 volte e se il mio modo di fare questo mestiere contrasta con la legge penale, beh devo riconsiderare tutto, ma proprio tutto!

Certo, potrei anche essermi sbagliato. E significherebbe essere incappato nel primo scivolone in 17 anni di questo mestiere. Nessuno è infallibile e in Italia, a leggere le statische, sembrano incappare più spesso nell’errore i magistrati che i giornalisti.

Lo scopriremo nei prossimi mesi.

Grazie a chi ha avuto la pazienza di attendere e leggere fino a qui.

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