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Grande lutto nel mondo dello sport e del giornalismo sportivo: è morto Gianni Clerici. Memorabili i suoi duetti televisivi con Rino Tommasi

testo di Marino Bartoletti da Facebook

È morto Gianni Clerici. Sgomitano dentro di me l’impagabile privilegio di essere stato suo amico e il senso di serenità che solo lui sapeva infondere: ma prevale fatalmente il dolore. Se solo sprecassi un aggettivo mi apparirebbe in sogno srasera stessa per rimproverarmi con la sua inconfutabile fermezza. Il giornalismo perde un esemplare irripetibile: il Grande Tempio del tennis mondiale perde la sua architrave

Non ho nulla da aggiungere a quello che scrissi su di lui il 23 luglio del 2020 per i suoi 90 anni. Dovrei solo cambiare il finale. Ora i nostri Gianni sono tutti in Paradiso

Quest’uomo è il più grande giornalista sportivo italiano vivente. E mi rendo conto che è riduttivo definirlo solo giornalista (perché è anche, se non soprattutto, un raffinatissimo scrittore). E mi rendo conto che è riduttivo definirlo solo “sportivo” (perché la sua cultura gli permette di spaziare dove ben pochi colleghi possono arrivare). Si chiama Gianni Clerici e domani compirà 90 anni. Ha vissuto la Storia in tantissime declinazioni e l’ha raccontata con intelligenza, leggerezza, competenza, ironia e profondità.
E’ conosciuto come uno dei più autorevoli narratori di tennis di ogni tempo. Alessandro Baricco è andato oltre e ha detto di lui che è “l’uomo che sa più di tennis dell’intero pianeta”. Non mi sento di escluderlo. So che Giannino, che ho appena sentito in una telefonata a dir poco commovente, solo per queste cose che ho scritto mi toglierebbe il saluto. Ma sono pronto a correre il rischio. D’altra parte non ce l’ho messo io – unico giornalista europeo – nella Hall of Fame del tennis mondiale
Lo conosco e lo amo da cinquant’anni. Il suo esordio, con me implume apprendista nella più fantastica pagina sportiva dell’epoca (e forse non solo), fu: “Ma ti tel sèt, ma tu lo sai che anche Tiepolo, Goya e Boccioni hanno dipinto il tennis?”. Lesse lo sgomento nei miei occhi. Forse anche per quello mi volle subito bene e mi invitò nella sua bellissima casa sul “prataccio” da cui si domina il lago di Como, dove la sua paziente Marianna ci preparò la merenda (e sarebbe stata la prima di tante meravigliose volte). E fece partire il juke box della favole alle quali mi abbeverai: da quando in Italia i giovani tennisti come lui li chiamavano “signorine”, a quando andò a Wimbledon (a giocare) con la sua 500, passando dalle fragole con panna alle cene con Borg, da Goya – appunto – al giorno in cui Brera lo portò al “Giorno” dopo avergli dato un appuntamento in Galleria (“Mi presentai con una racchetta in mano, così almeno ero sicuro che mi avrebbe riconosciuto”). Mi parlò anche del “Serpentùn” la squadra di calcio che aveva fondato e che portava in giro come un Dream Team, solo per poterci giocare (come mezz’ala di punta). Mi disse che prima o poi avrebbe scritto un libro su Cleopatra e uno sulla Gioconda (e credo che li abbia scritti davvero). Per non annoiarsi ha da poco mandato alle stampe “2084, la dittatura delle donne” in cui ipotizza che i maschi saranno solo tollerati e non potranno andare oltre le mansioni più umili (con una piccola sorpresa finale). Ora sta lavorando sulla biografia di Bill Tinden uno dei veri, grandi padri del tennis mondiale (che dominò per un decennio), bollato per la sua omosessualità.
Molti si stupirono quando lo “scoprirono” spiazzante voce televisiva al fianco di Rino Tommasi (che lo chiamava il “Dottor Divago” per la sua propensione a partire per la tangente su qualsiasi argomento). Io no. Io che lo conoscevo. Io che, da ragazzo di bottega, “passavo” e mandavo in tipografia i suoi pezzi meravigliosi da qualsiasi court del mondo. Pezzi in cui a volte dimenticava di mettere il risultato: ma senza farne sentire assolutamente la mancanza.
“Sai di che cosa vado più orgoglioso della mia parentesi televisiva? Di aver inventato i silenzi. Ma perché i tuoi colleghi parlano tanto e soprattutto urlano tanto?”. Già. Perché?
Curioso che i tre più grandi narratori di sport di questo Paese si chiamino Gianni. Due hanno raggiunto gli Eroi che hanno celebrato (e spesso fatto ancor più belli): uno è con noi e dobbiamo tenercelo terribilmente caro.
PS Gianni Clerici non ha mai posseduto un televisore

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