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Roberto morto di lavoro in Sardegna a 22 anni: i nostri giovani costretti a lavorare in condizioni peggiori di quelle del secolo scorso

Nel nostro Paese una media di tre lavoratori al giorno non fa ritorno a casa e “Morire di lavoro” vuole essere un memento ininterrotto rivolto a istituzioni e politica fino a quando avrà termine questo “crimine di pace”.

Com’è la vita di un ragazzo di 22 anni in un paese nel cuore della Sardegna? Qualcosa di diverso dalle metropoli, certo, ma anche tanto di uguale all’esistenza di tutti i giovani del mondo. Lo studio o il lavoro, le passioni, lo sport. La leggerezza e il sorriso senza ombre davanti al futuro spalancato. Era così per Roberto a Villanova Tulo nel Sarcidano. ‘Era’ perchè quel futuro per lui si è invece chiuso improvvisamente, come un libro a fine lettura, nella fabbrica di lastre di cemento per la quale faceva l’operaio. Il lavoro (o lo studio), appunto, le tracce che portano dritto all’età adulta delle responsabilità, mentre tutto il resto ha ancora il sapore dell’infanzia: alle 18 di ogni giorno Roberto Usai usciva dalla fabbrica e andava a giocare a calcio nella squadra del Paese, finito l’allenamento in certe sere c’era l’altra grande passione del ballo nel gruppo folk ‘Tziu Pitanu’. Il lavoro, gli amici, gli amori. Non succederà più, Roberto è morto schiacciato in un macchinario della ditta.

La mamma, il papà e la sorella di Roberto non avranno mai abbastanza lacrime per piangerlo. Lo zio Gianfranco era anche il suo allenatore nella squadra di calcio, la Asd Villanovatulo, terza categoria. Ai cronisti locali ha raccontato che Roberto giocava terzino, ma gli chiedeva sempre di provarlo in attacco perchè voleva fare un gol. Lui ci stava pensando, glielo aveva quasi promesso. Ma anche questo non succederà. “Roberto era sempre presente in mezzo alla gente”, dice Alberto che è il sindaco di Villanova Tulo. E non è difficile credergli guardando la fotografia dell’operaio calciatore. Un sorriso senza ombre davanti a un futuro che non ci sarà più.

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