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Dopo le parole di Fauci abbiamo la certezza: il GreenPass non serve a nulla

Qui c’è bisogno di fare un po’ di chiarezza. Ricordate quando Mario Draghiin diretta tv, disse che con il green pass gli italiani hanno “la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”? Era un modo per convincere i dubbiosi, tipo Cacciari e Agamben, della bontà del passaporto vaccinale: un documento in grado di “ridarci libertà”, secondo i più strenui sostenitori dello strumento. In realtà, ci sono due questioni da sottolineare. La prima, è che neppure Palazzo Chigi si fida della doppia vaccinazione, tanto da chiedere ai giornalisti accreditati per la conferenza stampa un tampone negativo nonostante il green pass. La seconda, è che ieri il luminare Anthony Fauci ha smentito la categorica affermazione del premier italiano: con la variante Delta, ha detto il virologo della Casa Bianca, “se guardiamo al livello del virus nelle mucose delle persone vaccinate che vengono contagiate c’è esattamente lo stesso livello di carica virale presente in una persona non vaccinata che è infetta”. Tradotto: chi si inietta il siero può essere contagiato (lo sapevamo) e soprattutto può contagiare, diffondendo altrove il virus. E se anche si tratta di “un evento piuttosto raro” (i vaccinati infatti si infettano in misura decisamente inferiore), la cosa certa è che il green pass non dà alcuna certezza. Soprattutto quello italiano, attivo già con una sola dose.

Ora, non c’è motivo di esultare riguardo a quanto affermato da Fauci. Intanto perché è una notizia tragica sulla strada delle restrizioni senza fine: negli Usa il Centers for Disease Control and Prevention, una sorta di Iss americana, ha rivisto le linee guida sull’uso della mascherina raccomandandone l’uso non solo al chiuso, ma anche all’aperto. Tutta colpa della variante Delta, dicono, che pare si muova “in modo diverso rispetto ai ceppi precedenti”. Se pensiamo che l’invito a indossare la maschera era venuto meno solo due mesi fa, viene da mettersi le mani ai capelli.

Qui però il punto è un altro. Ovvero il green pass. Posto che la “garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” decade, allora è giustificato avere qualche dubbio sull’utilità di limitare gli accessi al ristorante, al cinema, in piscina e forse pure a scuola. No? Sopratutto con un pass, come quello italiano, emesso già dopo la prima dose (che però fornisce minore protezione). Forse allora bisognerebbe cambiare punto di osservazione e guardare, anziché gli infetti e la circolazione virale, la pressione sulle terapie intensive e gli ospedali. Se i vaccinati non si ammalano gravemente, come pare ormai dimostrato, tanto basta. E non c’è bisogno di lasciare fuori dal ristorante chi decide di non sottoporsi alla punturina. “Non bastano i vaccini? Si teme che non funzionino?”, si chiedeva provocatoriamente Cacciari. Perché se ci fidiamo, e noi ci fidiamo, allora il passaporto rischia solo di diventare “null’altro che un mezzo surrettizio per prolungare all’infinito – magari con vaccinazioni ripetute – una sorta di micro lockdown”.

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