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La grande balla del ‘vaccinarsi per senso civico’: ecco cosa rispondere agli idioti della punturina

Di Maddalena Loy ed Emilio Mordini per nicolaporro.it

“La mia libertà finisce dove comincia la vostra” è una frase di Martin Luther King divenuta di (ab)uso comune. Oggi la si sente ripetere spesso in relazione ai vaccini, al diritto o meno di non vaccinarsi e al cosiddetto “senso civico” evocato a reti unificate. Nel momento in cui l’Italia si trova ad aver quasi superato gli Stati Uniti nella percentuale di vaccinati prima e seconda dose, si fa sempre più fatica a trovare una dichiarazione a favore della libertà di scelta.

I fan dell’obbligo vaccinale

E nella gara a chi brandisce il dito e ammonisce: “Vaccinazione obbligatoria, è una questione di senso civico!”, spiccano fior fiore di costituzionalisti come Giovanni Maria Flick, economisti e specialisti in diritto del lavoro come Carlo Cottarelli e Pietro Ichino, accademici dei Lincei come Gianfranco Pasquino, virologi con patentino da giuristi come Ilaria Capua (“chi rifiuta il vaccino anti Covid dovrebbe risarcire gli ospedali”… e allora gli alcolisti? I fumatori?) e molti giornalisti.

Opinionisti a vario titolo che non perdono l’occasione per ricordare sussiegosi che “la convivenza civile è fatta di regole da rispettare, negli ospedali e altrove” (Aldo Grasso, Corriere della Sera, 14 luglio 2021) e che “rifiutare la vaccinazione significa creare ‘esternalità negative’ (sic!) sul resto della società” e che per questo “è giusto che chi non si immunizza paghi almeno i danni che provoca” (Tito Boeri, La Repubblica, 20 luglio 2021). E siccome siamo un popolo di guitti, non poteva mancare la pittoresca esortazione rivolta ai rider dal conduttore David Parenzo a “sputare nel cibo dei no-vax”. Da qui in giù è stato facile scivolare agli insulti, o alle litanie lagnose e antiscientifiche come quella che imperversa su Facebook e che inizia recitando: “Così forse è più chiaro spiegato in modo elementare: se tu sei vaccinato, tu non replichi il virus, che muore”, ecc. (fischi).

Politically correct, minaccia per la libertà

La frase di Martin Luther King origina probabilmente da un’espressione più colorita – “The right to swing my fist ends where the other man’s nose begins” (il diritto ad agitare il mio pugno termina dove inizia il naso del mio prossimo), attribuita a Oliver Wendell Holmes Jr., un giurista e polemista americano che fu, tra l’altro, per ben trent’anni membro della Corte Suprema. Si tratta senza dubbio di un aforisma efficace che sembra, a prima vista, incontestabile: un vero e proprio teorema, pons asinorum del pensiero liberale. Non c’è, probabilmente, bravo liberale che nella sua vita non abbia fatto l’antipatica esperienza di dover restare muto davanti questa obiezione. In effetti è un’affermazione che sembra così logica e piena di rispetto per l’altro che ci si vergogna anche solo dell’idea di poterne dubitare. C’è, tuttavia, un elemento che dovrebbe mettere in sospetto: per essere un argomento valido si adatta a troppe situazioni: vaccini, fumo passivo, guida senza patente… Il concetto di libertà è spesso confuso con la buona educazione o con teorie politically correct che spesso, anzi, vanno in senso contrario rispetto alla libertà dell’individuo.

In realtà questa innocente frase nasconde una trappola: si basa su una concezione erronea di libertà. Lo si capisce bene considerando la formulazione di Wendell Holmes. L’enunciato originale sembra logico perché assume implicitamente due soggetti che si muovono in uno spazio ristretto e non espandibile. La libertà è concepita come gioco a somma zero: la mia libertà è quella che non hai tu. L’idea è che vi sia nella società quasi una “quantità fissa” di libertà da distribuire tra tutti e che quindi l’incremento della libertà di ciascuno corra sempre il rischio di avvenire a danno della libertà dell’altro (sei troppo vicino a me, abbassa il braccio). Non c’è dubbio che in alcuni casi si possa anche verificare una situazione simile ma, in generale e molto più spesso, la libertà non è, e non deve essere, una risorsa limitata che vada distribuita con oculatezza, ma un bene incrementale.

I no vax non minacciano la libertà

Questo significa che la maggiore libertà dell’uno non si traduce nella minore libertà dell’altro ma, al contrario, in un incremento della libertà di tutti, dato che si presume che si dispieghi in una società aperta, e non ristretta. Per dirla nel modo più semplice e diretto: una società in cui il mio prossimo sia più libero è un luogo dove anch’io sono più libero, libertà chiama libertà. La libertà non è libertà dagli altri ma libertà con gli altri. Molto spesso chi teme che la libertà sia un bene limitato, da contendersi tra le persone, coltiva questa paura perché ha fatto esperienza di una situazione in cui la libertà non è disponibile ma è dispensata “in piccole dosi” (ad esempio, durante gli anni 1960, per i neri negli Usa, o adesso, in epoca di lockdown).

Tuttavia, coloro che invocano il principio “La mia libertà finisce dove comincia la tua”, non si rendono conto che la libertà è partecipativa perché per sua natura si dirige verso il prossimo e lo coinvolge (consentendogli, ad esempio, di scegliere di non vaccinarsi e di rischiare, soltanto sulla propria pelle, di incontrare la malattia). Non c’è bisogno di aver letto Hegel per capire che io sono libero soltanto se lo sono tutti: in una società di servi, anche il padrone diventa, senza accorgersene, servo. Certo, la libertà non impedisce di essere egoisti e indifferenti (e l’indifferenza è un cancro dell’anima), ma guai a pensare che sia di per sé causa di egoismo; la conseguenza sarebbe allora quella paradossale di dover concludere che la tirannide è condizione migliore di una società libera (e a volte viene da pensare che è quanto stia avvenendo adesso).

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