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I miliardi del Recovery fund vanno tutti alla Cina! E’ il dragone che possiede le tecnologie per la finta transizione ecologica

IL «TIMORE» CHE I FONDI EUROPEI FINISCANO NELLE TASCHE DI PECHINO

Francesco Galluzzo per il “Corriere della Sera

Ovviamente è la Cina che fa capolino continuamente negli incontri istituzionali di Antony Blinken con le autorità italiane. I punti sono svariati, e le minacce di cui si discute sono soprattutto commerciali.

Certo la questione del rispetto dei diritti umani è fondamentale, in testa ad ogni approfondimento sulla relazione con Pechino, e il sottosegretario di Stato la affronta sia a Palazzo Chigi che al Quirinale, ma il grande spettro è quello delle relazioni economiche sbilanciate, di uno strapotere cinese, anche nella manifattura, che ormai mette sempre più a rischio le economie occidentali.

Non è un caso che persino il Recovery plan ideato da Bruxelles, finanziato con emissioni di debito comune della Ue, piano centrale di rilancio dell’ economia del Vecchio continente, ovviamente compresa e addirittura privilegiata l’ Italia, abbia fatto capolino nelle conversazioni istituzionali del sottosegretario di Stato.

Il rischio, ben chiaro agli americani come agli europei, è che parte delle centinaia di miliardi di euro del Recovery vadano a finire in Cina, piuttosto che alle aziende europee. Anche su questo Washington mette in guardia Roma, come ha già fatto con Parigi, e si dice pronta a collaborare perché ciò non accada.

Ma qual è il vero rischio legato ai Piano di ripresa e resilienza dei 27 Stati della Ue e che c’ entra la Cina? C’ entra nella misura in cui buona fetta dei Piani è dedicata alla riconversione ecologica delle economie europee. E visto che sul mercato praticamente non esistono in Europa capacità tecnologiche e dimensioni aziendali sufficienti per fornire, tanto per fare solo pochi esempi, tutti gli autobus elettrici, i pannelli solari, le batterie non inquinanti, che dovranno essere acquistati in modo massiccio, anche dall’ Italia, esiste il rischio molto concreto che buona parte degli assegni che Bruxelles dovrà girare alle Capitali della Ue finiscano per essere incassati a Pechino.

Non è un mistero che la Cina abbia oggi quasi il monopolio mondiale delle tecnologie e dell’ offerta di manifattura legate alla riconversione energetica. Lo stesso ministro Cingolani da mesi va dicendo che occorre una filiera europea, se non italiana. E visto che ieri si è preso atto con soddisfazione dell’ accordo fra il consorzio europeo Airbus e l’ americana Boeing, non è da escludere che sulla trasformazione energetica americani ed europei possano siglare intese strategiche per i prossimi anni.

Dietro le quinte prendono corpo altri argomenti: le reali possibilità dell’ Italia di avere la prossima guida della Nato, punto su cui gli americani non si oppongono, ma che non dipende solo da Washington.

La Libia, sulla quale finalmente, dopo anni di pressione da parte della diplomazia italiana, gli americani hanno voglia almeno di gettare un’ occhiata, quantomeno per esercitare una pressione su Ankara e favorire il ritiro dei mercenari di Erdogan dal suolo libico.

E infine la missione internazionale in Iraq: potrebbe anche accadere, l’ anno prossimo, che si passi da una guida a stelle e strisce ad una tricolore; l’ attività di formazione militare del resto è una delle eccellenze delle nostre forze armate.

Anche di questo Blinken parla con i suoi interlocutori italiani.

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