Home / CURIOSITA / “Fui cacciato dal seminario perché mi scoprirono con una suora di 18 anni” Gli straordinari aneddoti di Michele Placido nel giorno di suoi 75 anni

“Fui cacciato dal seminario perché mi scoprirono con una suora di 18 anni” Gli straordinari aneddoti di Michele Placido nel giorno di suoi 75 anni

Emilia Costantini per il “Corriere della Sera”

Voleva diventare sacerdote e fare il missionario in Paraguay come lo zio, ma per una storia d’ amore con una suora venne cacciato dal collegio. Un esordio significativo per il futuro attore, regista e anche tombeur de femmes che poi si sarebbe sposato tre volte e avrebbe avuto ben cinque figli. Però Michele Placido, nato ad Ascoli Satriano 75 anni fa, minimizza: «Ero un ragazzino di 12 anni, all’ epoca nutrivo una sincera vocazione e quella storiella fu innocente.

Lei si chiamava Antonietta, aveva 18 anni, era suora di clausura ed era addetta nel collegio, dove mi trovavo da quando avevo 9 anni, al cambio della biancheria di noi educandi. Le passavo il mio sacco con gli indumenti attraverso la famosa ruota. Non ci vedevamo, ma sentivo la sua vocina dolce che sbocciava dalla sua bocca che immaginavo soltanto.

Cominciammo a scambiarci informazioni: come ti chiami, dove sei nata, lei era di Benevento e veniva da una famiglia molto povera. Poi iniziammo a scriverci bigliettini, una corrispondenza segreta attraverso la ruota. E quando da casa mi arrivavano i pacchi di provviste, con caciocavallo, salumi, dolciumi, passavo anche a lei un po’ di cose da mangiare, perché la sua famiglia non le mandava niente. Finché arrivò il Natale e quella sera riuscimmo a darci appuntamento di notte nel campo sportivo. Faceva un freddo terribile, io scappo dal mio letto e lei dal convento».

E che succede?

«Beh… Antonietta, mai vista prima, era bruttarella: lei con la tonaca, io con i pantaloni alla zuava. Cominciammo a consumare le mie cibarie, poi ci abbracciammo, ci baciammo e, forse, qualche altra cosetta…Era il primo corpo femminile con cui entravo in contatto. Lei mi sussurrava “sei il mio sposo: tu e Gesù”».

I superiori come lo vennero a sapere?

«Forse confidai a un compagno la mia avventura e al confessore avevo detto che avevo peccato. Da dietro la grata mi chiese: ti sei toccato? E io, nella mia totale innocenza, risposi con voce rotta dal timore che avevo fatto cose brutte… Fummo cacciati entrambi e finì la nostra love story. Io posi fine al mio percorso: il missionario non l’avrei fatto, era sbocciata la mia sessualità e non potevo accettare l’idea della castità. Mi dispiacque molto per Antonietta: non ci siamo più visti».

Papà Beniamino e mamma Maria come la presero?

«Non benissimo, ma ero felice di essere tornato a casa, nella mia numerosa famiglia, 8 figli: cinque maschi e tre femmine… E nel mio paese, però a scuola dovetti fare i conti con il mio disturbo dell’apprendimento».

Spieghi meglio.

«Alle elementari la mia attenzione svaniva quando c’erano materie come matematica, chimica, fisica… mi distraevo, ero un vero ciuccio. Però ero attento alle lezioni di italiano, lì il mio cervello si attivava con energia superiore a quella dei compagni. La poesia mi piaceva molto, sapevo talmente bene quelle di Pascoli che, quando arrivavano a scuola gli ispettori, la maestra me le faceva recitare».

Poi proseguì gli studi al liceo classico?

«Macché! Mio padre, geometra, mi fece iscrivere all’istituto tecnico industriale. Un disastro. Venivo sempre rimandato e poi bocciato. I miei genitori erano preoccupati e chiesero a mio zio maresciallo di farmi entrare in polizia. Vinsi il concorso con il solo diploma di terza media perché, in verità, ero stato raccomandato: una nostra parente era segretaria dell’allora ministro dell’Interno Taviani. Avevo 19 anni, venni a Roma e mi ritrovai a fare il celerino quando nel ’68 ci furono le sommosse degli studenti a Valle Giulia».

I celerini difesi da Pier Paolo Pasolini nella celebre poesia «Il Pci ai giovani»?

«Esatto. Scrisse il poeta, rivolto agli studenti: voi avete facce di figli di papà, i poliziotti sono figli di poveri. Ricordo una ragazza scalmanata che, durante gli scontri davanti alla facoltà di Architettura, mi sputava addosso. Io ero armato di manganello e, dopo tutti quegli sputi e insulti, la prendo per i capelli. Sto per darle una mazzata ma lei, guardandomi fissa, mi dice: quanto sei bello! Tra noi nacque una storiella, che durò poco: lei apparteneva a una famiglia borghese e devono averle detto, ma che ti metti con un poliziotto?».

La passione per teatro e cinema com’ è nata?

«Quando vivevo ancora al paese, tutte le sere andavo al cinema, i teatri non c’ erano. Uscendo dalla sala, di notte, mi incamminavo: per strada non c’ era nessuno, ma mi identificavo negli attori del grande schermo, immaginavo di avere intorno delle macchine da presa e mi atteggiavo. Vero e proprio narcisismo, necessario per fare l’ attore. L’ ultimo film che mi capitò di vedere, prima di partire per Roma, stranamente fu proprio Accattone di Pasolini».

La carriera di poliziotto fu breve…

«Si chiude la porta della polizia e si apre il portone dell’ Accademia Silvio d’ Amico. Mi ero preparato per il provino in caserma, dove c’ era una biblioteca che nessuno frequentava».

Fu talmente bravo che superò il provino e venne ammesso?

«Raccomandato pure stavolta. A Roma avevo conosciuto Ilaria, con cui mi ero fidanzato e poi è diventata la mia prima moglie. Sua nonna, Raissa Olkienizkaia Naldi, importante traduttrice di origini russe, era amica di Orazio Costa, allora direttore dell’Accademia. Mi presentai vestito da poliziotto e, qualcuno della commissione, si mise a ridere. Comincio a recitare un brano, ma il mio accento pugliese non aiutava, ero mortificato e pensai: faccio schifo, me ne vado. Ma siccome ero raccomandato, Costa mi trattenne, mi invitò a declamarne una poesia. Mentre declamavo, ero demoralizzato, piangevo, sapevo che sarei stato cacciato anche da lì. E invece…».

Suo padre sognava un figlio tecnico industriale e si ritrova un figlio attore: come la prese?

«Nel bar principale del paese annunciò orgoglioso ai paesani presenti: mio figlio è entrato nell’ importante Accademia da cui sono usciti grandi attori!».

E il suo debutto fu nell’«Orlando furioso» diretto da Luca Ronconi.

«Avevo 20 anni, interpretavo Agramante. Luca mi adorava, ma si arrabbiava perché ero indisciplinato e studiavo poco. Però apprezzava la mia istintualità: la sua scuola mi ha fatto capire la vocazione teatrale e gliene sono grato. Come sono grato a Strehler, quando mi affidò il ruolo di Calibano nella Tempesta . Secondo lui avevo qualcosa di diverso dagli altri e disse: tu non hai autostima, ma sei dotato di un’interiorità naturale. Poi aggiunse: io ti trasformerò. Così come mi voleva trasformare Lina Wertmüller, in maniera piuttosto pesante»

Cioè?

«Eravamo alle prove per La Cucina di Wesker. Lei mi urlava: sei un cane! Mi prendeva a calci nel sedere, mi umiliava perché non sapevo bene la parte».

Il solito problema del disturbo di apprendimento?

«Credo di sì. Decisi di mollare tutto, ma Lina mi venne a cercare dicendomi, Michelino tu sei bello, sei bravo, puoi diventare un primattore, perché non impari il copione?».

Primattore lo è diventato, in teatro, al cinema, in televisione…

«La Piovra di Damiano Damiani mi ha dato, oltre alla visibilità del commissario Cattani, una formazione civile. Con questa fiction, atto di denuncia, ho imparato tanto sulla mafia».

Quando ha interpretato Giovanni Falcone cosa ha provato?

«Una responsabilità immensa. Grazie al sacrificio suo e di Borsellino, i siciliani e l’Italia hanno aperto gli occhi: i due magistrati sono stati ammazzati perché lasciati soli come cani dalla politica. La mia prossima fatica la dedico a questo tema: per la Rai sto lavorando a una serie su Rosario Livatino che nel maggio scorso è stato beatificato da Papa Francesco».

Palcoscenico, cinema e tv. Dove si trova a proprio agio?

«Quando faccio cinema, amo il cinema, ma sul palcoscenico vivo le più grandi emozioni e, alla mia età, non rinuncio alle tournée: nei prossimi mesi girerò con La bottega del caffè.

Confesso che mi piacerebbe invecchiare sul palco».

E recentemente è diventato presidente della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara.

«Sì, con Moni Ovadia nel ruolo di direttore. La cosa strana è che siamo stati chiamati in una città con sindaco leghista. Dal profondo Sud mi ritrovo nel profondo Nord».

Il suo grande amore è sempre la sua terra.

«L’unica vacanza che concepisco è tornare nella campagna pugliese dove si respira la bellezza, ma anche la fragilità della natura umana: cerco di trasmettere questo sentimento ai miei figli».

Cinque, da tre donne diverse.

«Vengo da una famiglia numerosa. Ho assistito ai parti di tutti i miei figli, affascinato dal sacrificio, dalla sofferenza della donna e dal vedere l’origine della vita».

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