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Arcuri iscritto nel registro degli indagati! L’accusa ipotizza che fosse in affari con i cialtroni delle mascherine

Giacomo Amadori per “la Verità”

L’ ex commissario straordinario per l’ emergenza Covid Domenico Arcuri è stato iscritto sul registro degli indagati della Procura di Roma per peculato, l’ appropriazione indebita del pubblico ufficiale. Il 25 marzo questo giornale aveva rivelato che nell’ inchiesta sulla maxi fornitura da 1,25 miliardi di euro di mascherine cinesi intermediata da Mario Benotti e da altri broker era entrato questo nuovo reato, così come emergeva da una richiesta di rogatoria internazionale inviata al tribunale di San Marino.

A quanto risulta alla Verità il peculato è contestato oltre che ad Arcuri anche ad Antonio Fabbrocini, già stretto collaboratore del commissario e responsabile unico del procedimento per l’ acquisto di 801 milioni di mascherine da tre diversi consorzi cinesi. Un affare per cui i mediatori hanno ricevuto almeno 72 milioni di provvigioni e sono adesso accusati di traffico illecito di influenze proprio per i rapporti con Arcuri, il quale, però, ha sempre negato di essere stato a conoscenza delle commissioni milionarie. Ma che cos’ è esattamente il peculato e che cosa rischia chi lo commette?

Apriamo il codice penale e cerchiamo l’ articolo 314. Ecco che cosa dice: «Il pubblico ufficiale o l’ incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni e sei mesi». Dunque ci troviamo di fronte a un reato considerato più grave della corruzione, punita con pene da 3 a 8 anni.

La condanna scende e oscilla da sei mesi a tre anni «quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’ uso momentaneo, è stata immediatamente restituita». L’ appropriazione può anche essere riferita a indebiti pagamenti disposti dal pubblico ufficiale.

Il 9 novembre la Procura di Roma aveva iscritto sul registro degli indagati Arcuri e Fabbrocini per corruzione, salvo chiederne l’ archiviazione a tempo di record, dopo una ventina di giorni di investigazioni. Un’ istanza di proscioglimento che non sarebbe ancora stata accolta dal gip Paolo Andrea Taviano. Nel frattempo, però, i pm, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, hanno deciso di contestare il nuovo reato. Perché lo hanno fatto? Hanno trovato qualcosa nelle carte sequestrate che li ha indotti a cambiare rotta? Arcuri e Fabbrocini erano al corrente delle provvigioni?

A febbraio, quando il giudice e i pm avevano ordinato il sequestro di circa 70 milioni di euro sui conti degli indagati e delle loro società, l’ ufficio stampa di Arcuri aveva puntualizzato che risultava «evidente che la struttura commissariale e il commissario, estranei alle indagini, sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati», i quali avrebbero ottenuto «compensi non dovuti dalle aziende produttrici».

I magistrati hanno specificato nei vari provvedimenti che le commissioni milionarie sono arrivate alla presunta cricca sotto inchiesta «grazie allo sfruttamento di rapporti preferenziali occulti, derivanti da conoscenza pregressa, di taluni indagati con [] Arcuri» e che tali «rapporti», a marzo, non erano «più utilizzabili», non tanto per l’ esplosione del mascherinagate sui media nazionale, ma «per la rimozione di Arcuri dall’ incarico».

Il traffico illecito di influenze viene contestato a sei persone, tra cui il giornalista Benotti, l’ ingegnere milanese Andrea Tommasi, il finanziere sammarinese Daniele Guidi e il trader ecuadoriano Jorge Solis (accusato anche di riciclaggio), mentre altre due donne sono accusate di ricettazione e impiego di denaro di provenienza illecita.

La notizia dell’ indagine per peculato emergeva già nella richiesta di rogatoria internazionale inviata a febbraio a San Marino, da cui risulta che i pm capitolini sono alla ricerca delle provvigioni destinate al cosiddetto «gruppo Daniele» e citate in uno scambio di mail tra Solis e Zhongkai Cai, cittadino cinese residente a Roma e in contatto con le tre società che hanno fatturato le mascherine alla struttura commissariale e pagato le ricche commissioni. Il «gruppo Daniele» sarebbe quello riconducibile a Guidi, l’ ex amministratore delegato del Credito industriale sammarinese, oggi a processo per il crac dell’ istituto.

Per scoprire se davvero Guidi abbia ricevuto provvigioni diverse da quelle pagate in Italia, i pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varone hanno chiesto ai colleghi sammarinesi di svolgere accertamenti bancari sui conti di Guidi e di una donna, Monica Aluigi, indicata negli atti come «coniuge di Mohamed Ali Ashraf» e soprattutto «ritenuta dalla Guardia di finanza italiana una prestanome di Guidi per ingenti movimentazioni di denaro».

In sostanza, secondo gli inquirenti romani, ci sarebbero ulteriori commissioni rispetto ai quasi 72 milioni sino a oggi accertati e quasi interamente sequestrati. A quanto ammontano questi compensi extra? Nel decreto sammarinese si legge: «Il gruppo Solis, Guidi e Cai, a sua volta, pattuiva provvigioni per 12.500.000 cadauno. Quest’ ultimo dato veniva tratto da una email sequestrata presso Jorge Solis».

Quindi oltre ai milioni già congelati dagli inquirenti in Italia ce ne sarebbero almeno altri 37,5 all’ estero su conti ancora non individuati.

In un loro scambio epistolare, Solis e Cai avevano fatto riferimento a rimunerazioni ancora più consistenti. Il totale delle varie quote ammonterebbe alla cifra monstre di 203,8 milioni, di cui quasi 126 già «pagati con fattura»: 48 milioni sarebbero toccati a Tommasi, 44,7 a Guidi, 25 a Benotti, 8,2 a Cai. Nei messaggi si precisava che a tale somma occorreva aggiungere una cifra, «ancora da definire», che le tre aziende cinesi avrebbero dovuto corrispondere a Cai.

Questa montagna di denaro, alla fine, non sarebbe altro che una percentuale sui pagamenti effettuati dalla struttura commissariale con i fondi per l’ emergenza. Peccato che ora sulle modalità di fornitura e sulla qualità delle mascherine cinesi acquistate da Arcuri & co ci siano molti dubbi e anche qualche inchiesta. Compresa quella per peculato della Procura di Roma

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Un commento

  1. Anche un CRETINO sarebbe CERTO che di fronte a tali “irregolarità” c’è una buona dose di intenzionalità… ma da Palamara sappiamo che non tutti i CRETINI sono ricoverati in qualche struttura psichiatrica… molti se RACCOMANDATI fanno altre professioni.

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