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Il vero errore dei giocatori della Juve che hanno osato festeggiare in casa? Essersi scusati

Di Max del Papa per nicolaporro.it

Non resta che una cosa: prendere atto che siamo al regime o, più esattamente, alla dittatura. Lo scatto dall’uno all’altra sta nell’involuzione tra pressione e complicità, l’obbligo che diventa introiettato, entra nel modo di pensare e qui si discioglie, diviene unico modo di pensare, non dovere, non obbligo, diventa virtù civica. Che altro si dovrebbe pensare del bravo vicino del calciatore juventino McKennie, il quale, fuori col cane, accortosi di un anomalo viavai di macchine di lusso e “giovani ragazze”, provvedeva ad allertare le forze dell’ordine? E quelle arrivano, vogliono entrare, McKennie rifiuta, alla fine si arrende e i militari trovano altri calciatori e “giovani ragazze”, multano tutti e hanno cura che si sappia in giro. La delazione virtuosa origina sputtanamento virtuoso, come nelle dittature. Il vicino non ha agito per senso civico, non per proteggere nessuno, tra l’altro, a quanto è trapelato, i commensali erano tutti immunizzati avendo contratto per tempo il Covid. No, il vicino si è mosso sull’onda della meschinità, dell’odio di classe e lo dice: “Non credo che un calciatore famoso abbia il diritto di stare sopra le regole”. La logica del non è giusto, dell’allora io? Perché il vicino col cane naturalmente si fa intervistare, la sua normalità sbava per rivoltarsi, lui sarà anche famoso ma adesso tocca a me. Come nelle dittature, la spia viene premiata prima di venire eliminata.

Con McKennie le “giovani ragazze”, per dire donnine, puttane da festa, perché questa è la morale moralistica dei volonterosi carnefici progressisti e femministi della dittatura, i colleghi Dybala, Arthur e chissà chi altri: e questi calciatori, gente strafottente, viziata, in questo caso si prostrano, si umiliano: non dovevamo, non volevamo, siamo colpevoli, Dybala ha scritto o mandato a scrivere via Instagram il seguente autodafè: “So che in un momento così difficile nel mondo per il Covid sarebbe stato meglio non sbagliare, ma ho sbagliato a rimanere a cena fuori. Non era una festa, ma ho sbagliato lo stesso e mi scuso”. Patetico, ma inutile: la Juventus ha già annunciato punizioni esemplari, forse crocifissioni in sala mensa, e la Stampa, che tradizionalmente ne è interprete ufficiale, così stigmatizza il comportamento degli infami: “Avere poco più di vent’anni non ti giustifica. Soprattutto quando sei un personaggio pubblico, che guadagna quello che guadagna, e che è un idolo per milioni di ragazzi. Quello che è accaduto ieri notte in collina a Torino, dunque, ha dell’incredibile”.

Perché, cosa sarebbe accaduto? Una strage? Uno stupro di gruppo? Ma no, una cena tra calciatori ricchi e famosi e “giovani ragazze”. Neppure per un branco di macellai umani si userebbero toni così definitivi, ma sa tanto di velina, di comunicato ufficioso della società. E i calciatori ricchi e famosi capiscono e si umiliano. Come nelle dittature.

Poi c’è il caso del Marattin, un politico, gente che di solito si sente al di sopra delle umane genti, un parlamentare di Italia Viva, micropartito il cui leader usa andare e venire dagli Emirati, fosse anche solo per gustarsi in pace un Gran Premio. Ma Marattin è solo uno che vale uno e così dà una cena in terrazza, erano sei amici al bar Marattin, e si vede irrompere i carabinieri. E lui cosa fa? Invece di protestare, di far valere il suo status di parlamentare, di far notare che una violazione di domicilio è illegale, a maggior ragione per un parlamentare, e che la cosa puzza molto di dittatura, si prostra, chiede scusa con toni altrettanto patetici dei calciatori: “Lo so ho sbagliato ma anche io sono umano”. Non siamo al regime che decade in dittatura.

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