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MES, lo schifo dei Cinquestelle: si sono venduti anche stavolta. Le parole di Di Maio scatenano la rivolta dei pochi elettori rimasti

Se le parole avessero un peso, allora dovremmo dire che il governo giallorosso non è mai stato così vicino al collasso come in questo momento. Ma visto che in politica hanno un peso relativo, siamo ancora pronti a scommettere che in un modo o nell’altro, con la gabola delle assenze o con l’introduzione di un cavillo che rimetta al Parlamento l’ultima parola sul Mes, alla fine il governo la sfangherà pure questa volta. È la sintesi dell’ennesima giornata di passione della maggioranza in vista della resa dei conti per il voto sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità del 9 dicembre. Quando Giuseppe Conte dovrà incassare il doppio sì di Camera e Senato sulle comunicazioni alla vigilia del Vertice Ue. Mai come ieri, infatti, le dichiarazioni del solitamente prudente capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, sono sembrate un preludio alla crisi: «La revisione del Mes è un cambiamento in meglio di questo strumento – ha spiegato parlando di contenuti – Costringe a una maggiore solidarietà, fa un passo verso l’Unione bancaria e il mercato unico dei capitali, in sostanza verso un’Europa più solidale. Il fatto che alcuni parlamentari non intendano accettare questa modifica mette a rischio la maggioranza, soprattutto al Senato». Non meno decise anche se più vellutate sono sembrate le dichiarazioni del ministro degli Affari Ue, Enzo Amendola, che a Radio Anch’ io ha ricordato che «nella nostra tradizione politica, un governo ha una maggioranza che gli dà mandato in Europa. Penso che M5S farà una riflessione interna ma un governo che non ha una maggioranza in politica estera deve far pensare. Io rifletterei da qui al 9 dicembre…». E quelle del vicesegretario pd, Andrea Orlando, che al Tg2 avverte: «Se si discute di quali sono le risorse migliori per la sanità, nessun rischio. Ma se si isola l’Italia in Europa, allora rischia anche il governo».

Il centrodestra – Il problema è che nello stesso giorno, Beppe Grillo, il fondatore del Movimento Cinque Stelle, ha bollato il Mes come «inadeguato e inutile». E Salvini e Berlusconi, in una telefonata definita lunga e costruttiva, hanno ribadito la posizione compatta del centrodestra a difesa del lavoro, del futuro e della salute degli italiani condividendo il no a imposizioni europee che mettano a rischio i risparmi e il lavoro degli italiani: non ci sarà nessuna stampella per la maggioranza. Assicurano fonti dei due partiti. Numeri alla mano i giallorossi sarebbero sotto e pronti a fare le valigie. Andrà così? Difficilissiomo. Perché difficile sarebbe spiegare agli italiani che si sta aprendo una crisi in piena pandemia per la riforma del Mes. Perché sarebbe difficile spiegare la situazione a Bruxelles e quindi si metterebbero a rischio i 209 miliardi del Recovery. E difficile perché è troppo forte la voglia di questi parlamentari di non perdere la poltrona e di decidere il prossimo inquilino del Colle. Insomma, sono davvero pochi gli scommettitori che puntano sul colpo di teatro. Tanti invece quelli che sono pronti a mettere delle fiches sulla gabola che i partiti di maggioranza si inventeranno per non perdere la faccia il 9 di dicembre. La più gettonata è l’inserimento nella risoluzione di una norma che impegna il governo a far passare per il Parlamento quasiasi decisione sul fondo salva-Stati. Così i grillini avrebbero una scusa per dire che il loro veto sul Mes resiste. Fanno propendere verso questa direzione le parole di Vito Crimi che nell’aprire l’assemblea su Zoom dei gruppi parlamentari M5S spiega: «Con noi al Governo il Mes non sarà mai attivato, ma non faremo ostruzionismo se tutti gli altri Paesi europei stanno andando in quella direzione». E di Di Maio: «Serve responsabilità, non potete portare Conte sul patibolo». Che provocano l’ira dei ribelli M5S. L’alternativa sono le assenze. E riguarda i Cinque Stelle, ma anche Fi. Non partecipando al voto il quorum si abbasserà e la risoluzione pro-Mes anche senza la maggioranza assoluta avrà il via libera. Un via libera triste, al quale questo governo, avvezzo ai compromessi al ribasso, è abituato.

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