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Pescatori sequestrati in Libia, arriva l’ultimatum a Conte da parte dei loro famigliari

Una “marcia per la libertà” per ricordare i 18 pescatori prigionieri dal 1° settembre in Libia. Partiti da Albano Laziale, due armatori, le madri, mogli e figlie dei marittimi bloccati dalla milizia del generale Khalifa Haftar hanno percorso 30 chilometri fino al centro di Roma. Sono rientrati nella piazza Montecitorio dove da giorni hanno allestito due tende in cui a turno trascorrono la notte. È stata una protesta pacifica e silenziosa contro le mancate risposte delle istituzioni sulle condizioni dei marittimi.

“Abbiamo organizzato la marcia insieme a un gruppo di amici romani per sensibilizzare il Governo affinché ci dia risposte concrete”, spiega Marco Marrone, armatore di uno dei due pescherecci, il Medinea.

 “Da 55 giorni non abbiamo alcun dato certo di come stiano i nostri pescatori – continuano i familiari – Le risposte arrivano sempre uguali, dal giorno 1 ci dicono che stanno bene, che sono trattati bene, che mangiano, che hanno ricevuto i farmaci di cui qualcuno di loro ha bisogno, ma mai abbiamo avuto una prova certa delle loro buone condizioni, non siamo mai riusciti a sentirli. Con noi ci sono mogli, madri, figlie, mentre a Mazzara, dagli stessi giorni in cui noi siamo in presidio fisso a Montecitorio, altri non si muovono da sotto il Comune. Da 35 giorni dormiamo in tenda davanti al Parlamento – continua l’armatore – tra noi c’è una signora di 74 anni, le figlie 20enni di due marittimi, siamo in una situazione assurda. Dopo 55 giorni, non abbiamo ricevuto nemmeno una pacca sulle spalle dal nostro governo, non è mai sceso nessuno a darci conforto, a proporci una sistemazione, a dirci di non stare al freddo, a digiuno, a rassicurarci con risposte più concrete, dirette. A darci una parola di conforto”.

“Il nostro caro ministro – continua Marrone – non si è preoccupato mai una volta di passare da noi e dire di andare via, a proporci un contatto diretto. Ci sarebbe bastato anche questo, ma non c’è stato, e noi continueremo finché non verranno rilasciati i nostri pescatori. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ci ha ricevuti il 29 settembre, un mese fa, insieme al presidente Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, ci hanno rassicurato che stanno bene, ho chiesto personalmente al premier se avesse una prova, se avesse visto o sentito i nostri marittimi in Libia. Ha detto di no, ma poteva assicurarci, dalle informazioni che hanno, che stanno bene. Mi ha anche guardato negli occhi, promettendomi che li riporteranno a casa sani e salvi, pescherecci e pescatori”.

Le famiglie dei pescatori lamentano il fatto che nessuno delle istituzioni, nessun funzionario né della presidenza del Consiglio e neppure della Farnesina mantengano con loro un contatto costante. “Siamo veramente delusi”, dicono, “la trattativa è complessa, e lo capiamo: ma nessuno ci tiene informati delle condizioni di detenzione, ne ssuno si sta adoperando per un contatto diretto fra le famiglie e i pescatori. E la disperazione cresce”.

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Un commento

  1. Ci fu una diatriba teologica nell’ISLAM: se fosse più islamico AMMAZZARE gl’infedeli o RAPIRLI per chiedere poi un RISCATTO.
    In ogni caso tutti i paesi islamici affacciati sul Mediterraneo vissero di RAPIMENTI, RAZZIE, PIRATERIA, SCHIAVISMO…ai nostri danni, per più di mille anni… e non sarà certo lo smidollato Conte ed il suo governo filo islamico a farli smettere.
    I famigliari dei rapiti sono degl’ottimisti se pensano che questo governo voglia fare qualcosa di risolutivo… e quando pagheranno il riscatto, gl’islamici ne rapiranno altri, è la loro religione.

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