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“L’italiano medio è un cag*sotto” L’accusa di Enrico Montesano: così ci fanno il lavaggio del cervello

di Tommaso Montesano per Libero

Premessa: non è semplice intervistare il proprio padre. I motivi sono facilmente immaginabili: imbarazzo, resistenze deontologiche, incapacità di restringere il campo delle potenziali domande e di contenere le risposte. Così io e quello che formalmente è l’intervistato – mio padre, appunto: Enrico Montesano, classe 1945, di professione attore – ci siamo sforzati di adottare un’accortezza: cercare di trasformare il più possibile questa conversazione in una chiacchierata in famiglia più che in un’intervista in senso classico. Una chiacchierata, come quelle che avvengono nelle case degli italiani davanti a un piatto di spaghetti nel pranzo della domenica. Dove il convitato di pietra, da oltre sette mesi, è sempre lo stesso: il Coronavirus. Con Montesano senior ingiustamente tacciato, per il solo fatto di essere «critico», di essere negazionista.

Ho visto un video con una discussione tra te e un poliziotto sull’uso della mascherina.
«Un video parziale, mancano alcune parti. O i tuoi colleghi sono arrivati tardi, o è stato tagliato. E comunque c’è un’interpretazione errata dell’audio».

In che punto?
«Nel finale».

Non è andata così?
«No! Tutto il contrario. Mia moglie dice: “Andiamo via, facciamoci arrestare!”».

Però è vero che non indossavi la mascherina.
«Indossare la mascherina all’aperto quando si è lontani dalla ressa e le distanze sono assicurate è inutile, dannoso e non previsto dalle norme. Io la mascherina, in ogni caso, ce l’avevo in tasca, pronto a indossarla in caso di necessità».

Perché eri andato in piazza Montecitorio?
«Non volevo lasciare mia moglie da sola nella manifestazione per il 21esimo anniversario dell’inizio della prigionia di Chico Forti, un cittadino italiano ingiustamente detenuto negli Stati Uniti».

C’era Matteo Salvini.
«Lui c’è sempre quando ci sono queste iniziative. Avrei gradito anche la presenza di Nicola Zingaretti e del presidente della Camera, Roberto Fico».

Perché è iniziato il battibecco con il poliziotto? 
«Mentre stavo andando via, mi sono sentito chiamare: “Signor Montesano, buongiorno.. Io sono un suo fan, sono cresciuto con i suoi film, però, mannaggia, se la poteva anche mettere la mascherina! Lì per lì ho pensato a un ammiratore. Poi ha detto: “Sono un poliziotto” e mi ha fatto vedere il distintivo. È iniziata una chiacchierata: lui ripeteva che c’è un decreto e io gli rileggevo le leggi che lo contrastano. Un pacato dialogo, diciamo, sul filo della disquisizione legale sull’uso della mascherina».

Vi siete messi a discutere in punta di diritto?
«Ho osservato che essendo a distanza non stavo contravvenendo a nessuna norma. Anzi, la stavo rispettando, la legge».

C’è un dpcm che obbliga a indossare la mascherina anche all’aperto, adesso.
«Ma il dpcm non è una legge. E oltretutto entra in contrasto con altre norme. Ad esempio quella dell’obbligo del riconoscimento facciale. Tanto è vero che a un certo punto – io avevo già il cappello – ho indossato occhiali e mascherina e detto al poliziotto: adesso mi riconosce? Non ero riconoscibile, invece la legge impone che lo sia».

Alla fine col poliziotto com’ è finita?
«Ci tengo a dirlo: ha usato il buon senso e non mi ha contestato alcunché. Si è comportato in maniera ragionevole. Io, del resto, non ho nulla contro le Forze dell’ordine, anzi! Pensa che ad ogni “prima” dei miei spettacoli invito sempre tutti i poliziotti del mio commissariato!».

Per 48 ore sei finito su tutti i siti di informazione.
«Pensa come ci siamo ridotti: 48 ore a parlare di un marginale fatto di cronaca, una diatriba finita bene. Certo che c’è ‘na fame de’ novità! Li ho sfamati dal punto di vista del rinnovo dei contenuti e non solo! Il giornalista che mi seguiva e che celava il suo cartellino sotto il giubbotto, ben chiuso dalla lampo, ha venduto servizi a tutti! Di faccia me lo ricordo, aveva la mascherina abbassata (sic!), vorrei sapere come si chiama, almeno per farmi pagare una cena! Del resto sono tre mesi che giornali e tv ripetono sempre le stesse cose: per ringraziarmi mi dovrebbero mandare un regalo».

Che ne pensi del clima che si respira in Italia? Conte ci ha rassicurato: niente Polizia nelle nostre case.
«Meno male! Però ha pensato di mandarla?».

Evidentemente, sì.
«Perché se io dico: non ti do un pugno, significa che prima ho pensato di dartelo. Non mi piace questo clima, non ne ricordo uno simile neanche ai tempi del tanto vituperato Pentapartito».

Adesso fai il nostalgico della Prima repubblica?
«Rimpiango quei tempi, quando potevi fare battute su Fanfani, De Mita, Gava e Andreotti e il giorno dopo il divo Giulio mi mandava un bigliettino di ringraziamento! Non c’era questo ostracismo. Oggi appena esci dal seminato del politicamente corretto sei demonizzato. Vietato essere una voce dissenziente. Peccato che il dissenso sia il sale della democrazia».

Prima hai citato Salvini: col senno del poi, non è assurdo che sia stato messo in croce per una frase, quella sui “pieni poteri”?
«Altroché! Oggi mi pare che i “pieni poteri” ce l’abbia tutti il nostro presidente del Consiglio».

Eppure, per i sondaggi, Conte è popolare. Perché c’è questa assuefazione?
«Rispondo citando un brano del filosofo Massimo De Carolis: “In un regime di emergenza, non c’è chi non senta il bisogno di affidarsi a un potere organizzato, per far fronte al pericolo costante».

Cosa è successo? 
«C’è stato un lavaggio del cervello. Poi un po’ è la paura della malattia, un po’ il timore delle sanzioni. L’italiano medio è un po’ cacasotto, dai. Ti racconto un aneddoto».

Vai.
«Una volta, quando ero vicino all’allora Pds, sono stato parlamentare europeo e consigliere comunale a Roma, di ritorno da una manifestazione feci il viaggio insieme a Pietro Ingrao a bordo di una 850 guidata da un impiegato di Botteghe Oscure. Ingrao, un grande comunista, aveva tenuto una sorta di lectio magistralis. In auto mi raccontò che durante la guerra, mentre si nascondeva, teneva sempre a portata di mano una pasticca: in caso di necessità l’avrebbe ingoiata».

Una lezione per i tempi di oggi?
«Quei ragazzi come Ingrao e tanti altri, appartenenti a vari gruppi politici, i tuoi nonni, hanno affrontato i pericoli veri e non si sono impauriti. Hanno lottato per la nostra libertà. Meno male che la guerra l’hanno fatta loro, sennò con gli italiani di oggi avremmo ancora i nazisti dentro casa. Speriamo nei nipoti».

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