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Oggi fa il falegname ed il pescatore ma lo avete riconosciuto? 10 anni fa giocava in Serie A e vinse addirittura uno scudetto

Simone Lo Giudice per il posticipo.it

manninger

Scegliere il momento giusto in campo e nella vita. Alexander Manninger ha messo i guanti nel cassetto da qualche anno: questo però non gli ha fatto mai perdere il senso della posizione e soprattutto non ha messo a tacere il suo istinto che lo ha spinto a ritornare a casa quando è calato il sipario sulla sua carriera, dopo mille battaglie sui campi di mezza Europa. Pali e traverse punti di riferimento in campo, Salisburgo stella polare nella vita:

l’ex portiere ha sempre considerato la sua città d’origine un buon legno su cui appoggiarsi e mettersi a rifiatare dopo aver realizzato i suoi sogni col pallone tra le mani. Tutto è cominciato all’Arsenal, Siena è stata la sua oasi di felicità e preludio di un’altra avventura indimenticabile in bianconero: quella con la Juve del suo idolo Buffon. Dopo lo scudetto vinto con Conte, l’ex portiere ha difeso la porta dell’Augsburg per quattro stagioni prima dell’anno al Liverpool di Klopp: il posto perfetto per dire addio al calcio prima di scrivere una nuova pagina della sua vita. Manninger oggi culla nuovi sogni: ancora una volta dovrà scegliere il momento giusto per andarseli a prendere.

Alexander, che cosa fa oggi nella sua vita?

Sono tornato a casa a Salisburgo e mi trovo benissimo: ho preso questa decisione dopo vent’anni all’estero. Non ho mai dimenticato le mie radici: sapevo dove sarei tornato alla fine della mia carriera. Ho fatto tutto quello che sognavo nei miei vent’anni lontano da casa. Sono tornato dove tutto è cominciato e sono molto contento.

Le manca il calcio?

Mi manca poco il calcio in sé. Mi manca poter condividere successi ed emozioni coi miei compagni di squadra, poi l’odore dello spogliatoio. Non mi manca il calcio che ti fa stare tutti i weekend in giro e che non ti permette di fare altre cose. Non mi manca nemmeno il mondo del lavoro in cui ti dicono che cosa devi fare e quando devi farlo. Il 90% di ciò che devi fare da calciatore è programmato e non hai spazio per altro.

Lei ha degli hobby nella sua nuova vita?

Sì, ne ho tantissimi che richiedono tempo: uno è il golf, l’altro è la pesca. In Austria ci sono campi da golf bellissimi, tanti laghi e fiumi per andare a pescare. Abito in un vero Paradiso. Vivo in centro, ad una quarantina di minuti da Salisburgo ci sono strutture in cui è possibile andare a sciare durante l’inverno. Vivendo qui posso godermi la città e anche la vita in montagna.

Da ragazzo lei ha fatto anche il falegname: oggi continua a farlo?

Sì, lo faccio ancora: mi piace tantissimo costruire case. Sto poco dietro ai macchinari, ma decido quello che dobbiamo fare. Sono ben inserito all’interno dell’impresa immobiliare. Da ragazzino ho fatto l’apprendista da falegname fino all’epoca del diploma, poi ho smesso per il calcio. Sono molto orgoglioso di aver fatto un’altra professione. Nella mia vita mi sono sempre messo in gioco e mi è sempre piaciuto lavorare.

Come è diventato portiere?

Da ragazzini succedono tante cose: all’inizio tutti provano a giocare in tutte le posizioni. Un giorno mancava il portiere, l’allenatore cercava qualcuno che non avesse paura di andare tra i pali: io avevo 10 anni e ho accettato quella sfida. Da quel momento in poi sono rimasto in porta. Forse pensavano che fuori dai pali avrei fatto più danni e allora hanno deciso di lasciarmi lì: è così che sono diventato un portiere.

Aveva un modello tra i pali?

Quando ero giovane si vedeva poco calcio internazionale in televisione. Il mio idolo era Buffon del Parma, uno dei primi esempi di giovani portieri del calcio internazionale. Gigi faceva tutto quello che volevo fare io a 17-18 anni: ho cominciato a seguirlo quando era ancora ragazzo.

Come è stato diventare compagno di Buffon alla Juve?

Giocare nella Juve dal 2008 al 2012 per me ha significato raggiungere un grande obiettivo professionale. Ho indossato la maglia della squadra più famosa al mondo, dove ho trovato grandi campioni come Buffon. Sognavo di raggiungere quel livello di calcio. Condividere gioie e dolori con quello spogliatoio è stata l’emozione più bella della mia carriera.

I tifosi della Juve simpatizzavano per lei dal maggio 2008 quando aveva parato un rigore a Materazzi dell’Inter rimettendo in gioco la Roma per la corsa scudetto…

Ho bellissimi ricordi col Siena: con quella maglia sulle spalle ho giocato e lottato per raggiungere grandi obiettivi. Siena è stata indimenticabile per me: la considero la tappa più importante della mia carriera, lì sono stato felice. Sento ancora qualche amico che vive in città: gli ex vicini di casa, il proprietario di un negozio. Ogni 2-3 anni ritorno a Siena per fare le vacanze. Mi è rimasta nel cuore.

Che Juve ha trovato al suo arrivo nel 2008 e che Juve ha lasciato nel 2012?

I miei anni alla Juve sono stati belli dal punto di vista personale, ma un po’ difficili a livello di squadra. Sono state stagioni di ricostruzione con tanti cambi in panchina. Sono orgoglioso di aver giocato con la Juve per quattro anni, anche se non era la squadra che si vede oggi e nemmeno quella che si ammirava negli Anni ’90 oppure a inizio Duemila. Quando c’ero io alla Juve sono stati commessi sbagli nella scelta di alcuni giocatori, alcuni allenatori e dirigenti. Purtroppo i miei primi due anni in bianconero sono andati così. Poi è arrivato Delneri e nella stagione con Conte si è vista una Juventus molto diversa.

Esonerare Ranieri fu una mossa sbagliata?

Era l’allenatore della ricostruzione: secondo me era l’uomo giusto per ripartire. C’era poca pazienza in quella Juve e spesso bisognava decidere in fretta, così la società finiva per prendere scelte sbagliate. Secondo me l’esonero di Ranieri è stato troppo prematuro.

Che cosa ha portato Conte alla Juve?

Per me è stato un vincente come calciatore e lo è come allenatore. Conte è un tipo tosto, uno che lavora parecchio dal punto di vista atletico e sul campo ed è uno che ti fa vincere: io l’ho capito subito appena è arrivato alla Juve.

Ho ottenuto il massimo dalla mia ultima stagione a Torino, abbiamo riportato la squadra al primo posto della classifica. Conte vuole vincere ad ogni costo. Lavorare con lui significa fare fatica: ricordo allenamenti sotto un caldo torrido a inizio stagione. Ti fa lavorare tanto ma il risultato è certo: essere allenato da lui è una fortuna.

Come vede l’Inter di Conte?

Un po’ lontana dalla Juve che è prima perché funziona ancora. La differenza tra le due squadre è ancora troppa. Poi ci sono la Lazio e il Milan che vuole migliorare ma al momento è lontano dalle prime posizioni. Penso che l’Inter il prossimo anno sarà una serie candidata per lo scudetto più di quanto non lo sia stata quest’anno. Ormai sono rimaste poche partite per colmare il gap. Il prossimo anno ci sarà meno distanza tra le due.

Nel 2012 lei ha vinto lo scudetto con la Juve e Del Piero ha lasciato i bianconeri: che cosa ricorda di quell’anno?

Del Piero era un grande campione come Camoranesi, Cannavaro e Nedved che oggi è ancora alla Juve. Ci sentiamo ogni tanto e mi fa molto piacere perché significa che è rimasto un bel rapporto. Siamo coetanei e abbiamo smesso di giocare: oggi facciamo una vita più tranquilla tutti quanti.

All’inizio della sua carriera lei ha giocato in un grandissimo Arsenal e vinto la Premier: che esperienza è stata?

Quelli sono stati i miei primi passi all’estero: sono passati quasi 25 anni da allora. Per un portiere austriaco ritrovarsi in Inghilterra era una grande cosa: c’erano pochi esempi da seguire all’epoca e ho fatto quasi tutto da solo senza il sostegno di connazionali al mio fianco. Sono orgoglioso di aver fatto parte di quell’Arsenal. C’erano grandi campioni: Tony Adams e Dennis Bergkamp, Marc Overmars e David Seaman, poi Ian Wright. Poi c’erano gli inglesi: Ray Parlour era uno che scherzava molto, poi Martin Keown, Nigel Winterburn e Lee Dixon. Tutti insieme abbiamo costruito un bel gruppo: io avevo solo vent’anni. Sono felice di aver condiviso momenti speciali con quei compagni.

Che tipo era Arsene Wenger?

È stato uno dei primi francesi dell’Arsenal: con le sue idee ha cambiato il tipico gioco inglese. In campo gli hanno dato una mano i suoi connazionali: Emmanuel Petit, poi Thierry Henry, Robert Pires, Sylvain Wiltord e Gilles Grimaldi. Erano giocatori molto forti tecnicamente. All’Arsenal poi è arrivata anche la cucina francese ed è cambiato il modo di mangiare. È stato un momento decisivo per la crescita del club.

Non solo Wenger: al Siena lei è stato allenato da Gigi Simoni, che cosa ricorda del mister?

Era un Sir, un gentleman, un uomo che ha avuto grande rispetto per il calcio e per ogni giocatore. Con Simoni mi sono trovato molto bene: ci considerava prima uomini e poi calciatori. Simoni è stato un uomo che ha vissuto per il calcio: oggi ce ne sono pochi come lui.

Anche il Trap è stato un allenatore vecchio stile: come è stato lavorare con lui?

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Sono stato allenato poco dal Trap, anche lui però è uno che ha preso il calcio con grande serietà per più di trent’anni. Trapattoni fa parte di una generazione di grandi allenatori come Ranieri e lo stesso Zaccheroni. Uomini in grado di stimolare i giocatori. A Siena ho avuto anche Beretta che secondo me è molto sottovalutato perché è una grande persona e un grande tecnico. Sono molto contento che Ranieri sia ancora nel giro del grande calcio: è uno di quelli della vecchia scuola che ti fanno allenare tanto anche dal punto di vista atletico. Sono tecnici con idee di calcio diverse da quelle di oggi. Mi fa piacere vedere che stiano facendo ancora bene.

Lei ha chiuso la carriera al Liverpool: come è stato essere allenato da Klopp?

Mi ha mostrato che il calcio moderno può piacere e può essere un bel lavoro da fare ogni giorno, che non è faticoso e non è monotono. Mi ritengo fortunato perché a 39-40 anni mi ha mostrato come si lavora, come si preparano le partite e si gestiscono le sconfitte. Klopp sa come stimolare i giocatori e come farli sentire felici. Al Liverpool vedevo venticinque giocatori contenti. Klopp sa come farti rendere al massimo.

Non le pesava fare il terzo portiere al Liverpool?

Assolutamente no: per me è stato un onore arrivare a 39 anni al Liverpool. Ho lavorato con Mignolet e Karius che parlavano tedesco come me. Klopp voleva che facessi un po’ da allenatore e un po’ da portiere per dargli una mano. Ho ricoperto il ruolo che mi aspettavo fin all’inizio: sapevo che cosa avrei dovuto fare. Chiudere in quel Liverpool è stato il massimo: sono felice che la mia carriera sia finita così

Lei si è allenato con Karius eroe in negativo della finale di Champions col Real nel 2018: le è dispiaciuto per lui?

Molto: Karius è un bravo ragazzo e un ottimo portiere, moderno e attivo sui social come tanti calciatori di oggi. Serate come quella col Real fanno male. Non vorresti mai vedere un tuo compagno di squadra in una situazione simile.  Karius è stato massacrato da tutti per quella finale. È difficile vivere un momento simile nella partita più importante della carriera: è stato un peccato. Era poco concentrato e possiamo chiederci per ore il motivo senza trovarlo. Karius ha avuto un black-out: come ex compagno e come ex collega è stato difficile da accettare.

In quel Liverpool però c’erano anche tanti grandi giocatori che poi hanno vinto la Champions…

Si sono meritati quel trofeo: da qualche anno giocano il calcio più importante a livello europeo e quello più divertente. Klopp sa vincere e sa farti divertire quando ti alleni e quando giochi, sa far sentire tutti quanti importanti: è un allenatore completo, unico nel suo genere.

Lei ha smesso nel momento giusto?

Sì, mi sentivo svuotato: a quei livelli devi andare a mille e io non ce la facevo più. Il corpo non mi dava più quello che mi dava la mente: fisicamente dimostravo quarant’anni, la mia testa ne aveva trenta. Ero un po’ in confusione. Ho scelto di dire basta prima di fare danni.

gol del piero foto mezzelani gmt161

Le piace il calcio di oggi Alex?

Mi piace di meno. Il calcio di oggi è più spettacolo e meno lavoro rispetto al passato. Oggi contano tante cose che ai miei tempi non c’erano: noi lavoravamo di più. Quando giocavo io si faceva più fatica, oggi i calciatori sono social e pensano tanto ai click, ai like e alle foto. I giovani di oggi sono più moderni rispetto a quelli del passato: spesso sono grandi giocatori, ma ciò che c’è fuori dal calcio per loro conta molto.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Voglio trovare un lavoro per i prossimi vent’anni che mi dia soddisfazione. Sono nel giro dell’immobiliare, poi mi aspetta la famiglia. Ho atteso la fine della mia carriera per fare questi passi: la mia prossima partita sarà una creare una famiglia felice. Spero di poter dare qualche consiglio ai miei figli: ancora non ci sono, ma ho superato i quarant’anni e posso finalmente pensare a scrivere questa pagina della mia vita.

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