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Cina: autista lancia l’autobus con 21 studenti a bordo dentro un lago: le autorità lo hanno fatto passare per pazzo, poi si è scoperto che la vera causa era responsabilità dell’infame dittatura comunista

Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera”

La tragedia di un autobus carico di ragazzi cinesi che tornavano dal liceo dopo l’esame di maturità, martedì scorso, è stata chiusa in cinque righe in cronaca sulla stampa di Pechino (il Corriere ha fatto di più: la foto drammatica del bus sprofondato in un lago e il titolo «Morti 21 studenti»).

Solo ieri abbiamo saputo quello che la polizia cinese aveva accertato quasi subito: i ragazzi sono stati uccisi deliberatamente dall’autista. Motivo: «vendetta sociale». Ma la ricostruzione sulla stampa cinese resta fredda come un’autopsia. Martedì 7 luglio: la casa di un autista di autobus nella provincia cinese di Guizhou è da tempo nella lista di quelle da abbattere per far posto a un nuovo piano di sviluppo, moderno. Il 7 è il giorno fissato per la demolizione.

Al proprietario dopo una lunga trattativa è stato concesso un risarcimento di 72 mila yuan (10 mila euro), ma lui non è soddisfatto, anche perché non gli hanno ancora assegnato un nuovo alloggio. Aveva protestato per mesi il conducente Zhang, 52 anni, divorziato. L’ultima telefonata alla hotline dei casi sociali della sua città, Anshun, proprio la mattina del 7.

Prendono nota, ma le ruspe sono già pronte a spianare. Allora Zhang, che non sarebbe di turno quella mattina, chiede a un collega il cambio. Alle 9.04 compra una bottiglia di baijiu , grappa di sorgo, la versa nel thermos del tè, sale sul suo bus e comincia il servizio. Alle 11.39 Zhang manda un messaggio alla nuova compagna, le dice della casa abbattuta e che la vita così non ha senso, lo disgusta l’insensibilità delle autorità di fronte al suo caso.

Alle 12.09 lo vedono bere dal thermos a una fermata. Salgono 36 passeggeri, la maggior parte ragazzi usciti dal liceo. Alle 12.12, mentre passa accanto al lago artificiale vicino alla sua città, Zhang sterza, lascia la strada e lentamente tuffa l’autobus nelle acque. Muore annegato con 21 liceali che forse stavano parlando tra loro della prova scritta. L’autista era ubriaco, dirà l’autopsia. Ricostruzione precisa al minuto, perché la telefonata ai servizi sociali è stata registrata, il messaggio alla fidanzata riferito e le telecamere di sorveglianza lo avevano visto entrare nel negozio di liquori.

Ma né la burocrazia, né la polizia sono state in grado di muoversi per prevenire la strage. Eppure questi casi in Cina sono frequenti: catalogati come « baofu shehu », «vendetta sulla società», da parte di squilibrati che avevano conti da regolare con le autorità. Ci sono altri casi di «pazzi» che hanno dato fuoco ad autobus affollati, o fatto esplodere ordigni rudimentali in aeroporto. E c’è una interminabile scia di attacchi contro scolaretti delle elementari, con coltelli, o con l’acido, o con auto lanciate sulle strisce pedonali.

Sono storie comuni, uno stillicidio nelle pagine di cronaca dei giornali cinesi, ma confinate in spazi ridotti. Storie che a ben guardare ricordano le stragi negli Stati Uniti: che però finiscono nei tg di tutto il mondo e ogni volta riparte la polemica perché gli americani sono armati. In Cina invece pistole e fucili li hanno solo i poliziotti, il possesso privato delle armi da fuoco è vietato, sono permessi i coltelli.

E sono storie, quelle cinesi, delle quali non si parla in Occidente anche perché la società orientale per noi è ancora un universo opaco, perché le autorità non forniscono quasi mai motivazioni approfondite, perché non esistono televisioni che trasmettono in diretta fatti di cronaca, perché c’è la censura e i giornalisti non possono andare a fare inchieste sul posto.

I dirigenti di Partito nel Guizhou ora dicono che è necessaria un’indagine sulla demolizione della casa e su «eventuali errori» nella procedura. Il Quotidiano del Popolo dichiara che la vendetta non è mai il modo per risolvere questioni sociali.

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