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Nessuno ricorda che il 25 Aprile è anche il giorno in cui perse la vita Michele Alboreto, uno dei piloti italiani più grandi sempre

Il 25 aprile 2001 ci lasciava Michele Alboreto. In Italia un giorno di festa per via della ricorrenza della Liberazione, in Germania un giorno come tanti.

Una giornata di lavoro anche per Alboreto, che con la sua Audi R8 ha imboccato per l’ultima volta la corsia box durante uno dei tanti test in preparazione della 24 Ore di Le Mans. Una gara che Michele conosceva ormai molto bene, l’aveva vinta nel 1997, e che in quella stagione vedeva lui, Dindo Capello e Allan McNish, come le punte di diamante della casa dei quattro anelli. La sua vita ha avuto un’epilogo inatteso, perché dopo anni nei quali ha corso e rischiato la vita alla guida delle più potenti e pericolose vetture di turbo di F1, la sua esistenza si è conclusa nel silenzio di un autodromo tedesco nuovo di zecca a bordo di una moderna biposto dotata delle migliori misure di sicurezza per proteggere il pilota. Ma a volte il fato vuole così. Michele è volato via falciato dal destino, sempre in agguato per coloro che si cimentano in questo fantastico sport, Uno sport affascinante e appassionante, proprio perché il rischio è sempre dietro l’angolo. Fin dall’inizio, Michele Alboreto si era sempre distinto nel mondo delle corse per il suo stile e la sua educazione, una persona di altri tempi, che come tanti campioni del passato si è fatto da solo. Probabilmente era questo il motivo per il quale affrontava le competizioni in modo assolutamente serio e professionale, senza mai trascendere nella polemica anche nei momenti difficili. Sembra comoda retorica che si usa per celebrare chi non è più tra noi, ma è veramente la realtà dei fatti e chi ha avuto la fortuna di conoscerlo può sicuramente confermarlo.

Non ha mai alzato la voce nelle interviste né con i meccanici ai box ed era anche maledettamente veloce, sicuramente il miglior pilota italiano dopo Ascari, tanto che fu anche l’unico della pattuglia azzurra in epoca moderna a sfiorare il titolo mondiale di F1. Un’iride perso per problemi tecnici e non certo per demeriti personali. Il debutto agonistico di Alboreto avvenne negli anni settanta con la Formula Monza e il suo primo approccio alle competizioni fu simile per certi versi a quello di Bruno Giacomelli, il giovane bresciano che emigrò in Inghilterra per lavorare alla March e poi usare i propri risparmi per correre in monoposto. Ben presto gli amici di Michele si accorgono dell’enorme talento del ragazzo e grazie a collette e piccoli sponsor riescono a farlo approdare alla Formula Italia. Una serie a ruote scoperte dotata di un motore a 4 cilindri in luogo del bicilindrico della 500 che veniva utilizzato nei “formulini” della “Monza”, che erano soliti ronzare sulla pista “Junior” dell’autodromo brianzolo.

Alboreto era molto apprezzato nell’ambiente tanto che grazie alla sua personalità e professionalità, riuscì nel 1979 ad arrivare a disputare il campionato italiano di F3 con il team Euroracing, dove trovò come compagno di squadra Pier Carlo Ghinzani. Ormai nell’ambiente era allo stesso tempo temuto per la sua velocità e determinazione, oltre che rispettato per il carattere serio e a volte poco confidente verso i colleghi. Capitava così che forse più per invidia che per altro qualche rivale lo mal sopportasse non capendone probabilmente la natura troppo elevata. In pochi accettavano la netta superiorità del suo talento, ma bastava andare in pista a vederlo da vicino per capire che riusciva a guidare in modo sopraffino qualsiasi tipo di vettura e spesso con il risultato di riuscire a sbaragliare la concorrenza. Nel 1980 conquista l’Europeo di F3 e nel 1981, complice l’intuito di Cesare Fiorio allora capo della scuderia Lancia, diventa pilota nel Mondiale Marche con la Beta Montecarlo. Sempre nello stesso anno vince in F2 a Misano alla guida della Minardi e debutta in F1 a Imola sulla Tyrrell, complice l’appoggio del Conte Zanon, il celebre mecenate dell’automobilismo meritevole di aver rilanciato qualche anno prima la carriera di Ronnie Peterson.

Dopo due stagioni complete con la Tyrrell dove vince i suoi primi Gran Premi, Las Vegas ’82 e Detroit 83, Alboreto approda alla Ferrari orfana da tempo di un pilota italiano. Qui la carriera di Michele subisce un’accelerazione pazzesca che lo catapulta immediatamente al centro dell’attenzione. Nel 1984 è pilota della Rossa insieme a René Arnoux in un momento in cui la F1 è ancora umana e soprattutto a Maranello c’è ancora l’ingombrante e vulcanica presenza di Enzo Ferrari, il Drake, l’uomo che era stato capace di rimandare a casa Jackie Stewart dopo che questi si era presentato pieno di pretese alla corte del costruttore modenese. C’è da dire che il Ferrari di quegli anni era ormai anziano e provato dalla malattia, così come dai tanti momenti tragici che avevano tolto al “Grande Vecchio” la voglia di rischiare con i piloti da mettere a libro paga. Probabilmente Alboreto fu l’ultimo vero colpo di genio del Drake il quale rimase affascinato dal pilota milanese, persona educata e d’altri tempi oltre che un appassionato interprete delle corse in automobile attraverso le quali esprimeva il meglio del suo talento di guida. Alboreto, ormai pilota esperto e tutto d’un pezzo, tiene a galla la Ferrari in quegli anni difficili che si identificano con la fine della gestione Forghieri e l’inizio di una nuova era e a bordo della 126/C4, Michele trionfa solo in Belgio dopo un avvio di stagione che sembrava celare ben altri traguardi. Tecnicamente la Rossa non è all’altezza e i suoi piloti arrancano, con Arnoux verrà rimpiazzato dallo svedese Stefan Johansson nella stagione successiva.

Il 1985 sembra l’anno d’oro di Alboreto, che alla guida della 156/85 sfiora la vittoria nel mondiale lottando a lungo contro Prost e la Mclaren Tag Porsche. Ma come al solito i problemi tecnici, questa volta di affidabilità, frenano le ambizioni del pilota milanese. Il rammarico è grande. A parti invertite, ovvero con Alboreto sulla Mclaren, il mondiale sarebbe stato probabilmente suo. Dopo questa stagione il nostro portacolori entra di diritto fra i grandi della categoria anche se la Ferrari continua ad arrancare. Nell’86 zero vittorie e nell’87/88, gli ultimi due anni in rosso, le soddisfazioni sono poche. Il disappunto di Alboreto raggiunge l’apice quando a Monza, in occasione del Gran Premio d’Italia 1988, la Ferrari centra una insperata doppietta per il ritiro imprevisto di Senna su Mclaren Honda. Ma nell’occasione non è Michele a tagliare il traguardo per primo bensì il suo compagno Gerhard Berger, il tutto per espresso ordine di squadra diramato dal muretto. Alboreto, che tanto aveva lavorato per rendere grande la Ferrari, sente mancare la stima nei suoi confronti ed è proprio per questo che di lì a poco si consuma l’addio con il Cavallino.

Gli anni successivi sono caratterizzati dal passaggio in varie scuderie, quali Larrousse, Footwork, Lola (per poco) e Minardi, team con il quale concluse la sua epopea nel circus iridato nel 1994. Michele si rese conto che dopo la morte di Senna, il mondo della F1 sarebbe cambiato radicalmente e decise così di cambiare e passare ad altre categorie del motorsport. Fece varie esperienze, come ad esempio quella che lo vide impegnato in Indycar nel 1996, per poi passare alle ruote coperte dove troverà poi un’altra stagione di vittorie culminate con l’affermazione di Le Mans 1997. Dal 1998 diventò il pilota di riferimento dell’Audi che, così come accadde ai tempi della Ferrari, divenne la sua casa e il suo mondo. Rispettato e vincente si avviava anche ad un futuro nella politica dello sport, in funzione dei propri legami con la CSAI, ma sempre con la voglia di trovare nuove alternative. Soprattutto nel campo della valorizzazione dei giovani nell’automobilismo in ambito nazionale.

Un uomo di grande cuore che nella sua seconda carriera, quella del “dopo” le corse, avrebbe sicuramente lavorato con quella serietà e capacità che lo contraddistinguevano in pista. Purtroppo quel maledetto 25 Aprile 2001, sul circuito del Lausitzring, una gomma che si affloscia causa un’imprevista uscita di pista della sua Audi lanciata a tutta velocità su un rettilineo del circuito tedesco. Lo schianto è violentissimo e l’auto si capovolge dopo un volo agghiacciante. Come noto per lo sfortunatissimo Michele non c’è più nulla da fare perché purtroppo l’incidente non gli lascia scampo e muore sul colpo. Chi lo ha conosciuto bene è rimasto attonito ed impietrito, mentre chi non lo conosceva di persona, ma solo attraverso le sue gesta di pilota, ha avvertito quel giorno un tuffo al cuore. Questo perché se ne andava uno dei piloti più apprezzati di sempre sia fuori che dentro la pista. Un uomo che aveva fatto parte della schiera dei “cavalieri del rischio” che popolavano ancora la F1 all’inizio degli anni ’80, ma era sempre rimasto il ragazzo appassionato che andava all’autodromo di Monza per seguire le gare della Formula Junior e per questo dovrebbe essere preso come esempio da chi si vuole cimentare come pilota in questo sport.

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