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Proprio oggi, 50 anni fa, battendo il Bari questa squadra entrò per sempre nel storia del calcio e nel cuore degli italiani

di Marino Bartoletti da Facebook
Non è esattamente una storia pasquale. Ma è certamente una bella storia. Perché racconta di un intero popolo – quello sardo – che il 12 aprile di 50 anni fa toccò con mano la felicità
Il calcio italiano allora lo consentiva. Ogni manciata d’anni era come se venisse idealmente distribuita una sorta di wild card e c’era chi, con intelligenza, coraggio e fantasia (che allora bastavano) si inseriva nei cannibalismi sempre esistiti. L’ultima è stata la Sampdoria trent’anni fa.
Il Cagliari di Gigi Riva (ma anche di Scopigno, del presidente Arrica, di Cera, di Albertosi, di Domenghini, di Nenè, di Greatti, di Gori, di Brugnera, ma pure di Longo, di Martiradonna, di Longo, Mancin, di Poli, di Zignoli, di Tomasini e di Niccolai, perché l’unione della “squadra” non fu inferiore al valore dei singoli) il 12 aprile del 1970 battè appunto il Bari di Canè e conquistò lo scudetto con tre giornate d’anticipo. Mettendo in fila l’Inter, la Juventus, il Milan Campione d’Europa e la Fiorentina Campione d’Italia (a sua volta appena reduce di un’altra meravigliosa impresa “non metropolitana”). Mentre Cagliari impazziva di felicità, la festa dello scudetto si tenne a casa di Arrica, con Walter Chiari come animatore. Il whisky e le sigarette non rimasero fuori dalla porta: ma quei campioni avevano un rapporto molto personale con la gioia di vivere.
Oggi scorre il miele su quell’impresa. Anche da parte di chi ne ha soltanto letto sui libri di storia (calcistica e non). Ma sbaglia chi parla di miracolo: perché fu un “miracolo” voluto, cercato, costruito e realizzato, assemblando un dream team che altri pensavano fosse costituito anche, se non soprattutto, di “scarti”: Nenè svenduto dalla Juventus, Albertosi e Brugnera strappati alla Fiorentina in cambio di Rizzo con un contratto firmato su un tovagliolo, Domenghini scambiato con l’Inter per Boninsegna.
Quella squadra costituita da giocatori di tutt’Italia, dalla Sardegna e dal suo popolo aveva assorbito la caparbietà. E tutta la Sardegna, non sempre storicamente allineata con se stessa, si unì sotto quella bandiera e per quei colori che rappresentarono un momento di orgoglio infinito. In fondo anche a tutta l’Italia calcistica quella favola piacque tanto. Purchè non durasse. E non durò
Gigi Riva sardo non per nascita, ma – ancor di più – per volontà e per amore, pagò carissima la sua generosità. A quella squadra e per quella terra immolò gambe e carriera (resistendo alle seduzioni più maliarde, a cominciare da quella della Juventus). Felice di averlo fatto
Ora, a Cgliari, si parla di fargli un monumento. Credo, conoscendolo, che sia l’ultimo al quale la cosa interessi. Ma è anche vero che in Italia di monumenti sprecati ce ne sono talmente tanti che il suo davvero non sfigurerebbe. Anche perché, ora più che mai, l’Italia avrebbe bisogno di uomini così: integri, seri e coerenti!
Ajò! Avanti fortza paris!

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