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IO VE LO AVEVO DETTO: Di Maio fa il fenomeno dopo aver portato i Cinquestelle a percentuali da prefisso telefonico

Ve l’avevo detto. Luigi Di Maio “si gode” la sconfitta

Un paradosso, perché l’ex capo politico M5S non è affatto felice. Non commenta, ma i fedelissimi fanno notare che “lui aveva provato in tutti i modi a dire che non si doveva correre” alle Regionali

di Pietro Salvatori per Huffpost

Luigi Di Maio “si gode” la sconfitta. Un paradosso, vero. E in effetti l’ex capo politico del Movimento 5 stelle non è affatto felice di come siano andate le cose. Ma la sua insoddisfazione pesca in un mare più lontano rispetto al disastroso risultato delle urne di ieri. “Luigi ha provato in tutti i modi a dire che non si doveva correre”, dice un parlamentare a lui molto vicino. E aggiunge: “Ha fatto poi ben presente che a seguito di questa decisione le responsabilità sarebbero state di tutti”. Ufficialmente il “no comment” che arriva dall’entourage del ministro degli Esteri su qualunque domanda sul post voto fa più rumore di qualsivoglia roboante dichiarazione.

I 5 stelle sono in confusione. Con il leader che si è tolto la corona ed è sceso dal trono è senza una guida chiara in un momento di tempesta. Vito Crimi, il reggente, ha affidato a Facebook una scarna nota. Ammette il risultato più che modesto. E aggiunge: “Questo però non ci induce ad arrenderci: semmai è vero il contrario. Abbiamo già avviato il lavoro di organizzazione che ci consentirà un maggiore coordinamento, bisogna restare uniti, non lasciarsi irretire da facili sirene”. 

Di Maio si è sfilato un attimo prima che la slavina lo travolgesse. Non ne è immune, certo, ma la valanga che è piovuta sulla testa del Movimento ha rimesso in moto più che mai il dibattito interno. Sergio Battelli, presidente della commissioni Affari europei della Camera, non ci gira attorno: “In Calabria e in Emilia-Romagna si è consumato un vero disastro per il M5s: non è colpa di Luigi, non è colpa dei candidati, non è colpa della ‘stampa brutta e cattiva’, la colpa è unicamente nostra e mi sono davvero rotto le scatole di guardarmi attorno e vedere solo autoreferenzialità”.

L’accusa di essersi troppo a lungo guardati l’ombelico comodamente adagiati sui cuscini del potere serpeggia come una saetta nelle chat interne. “Bonaccini ha fermato Salvini con i fatti e con il buon governo – si sfoga un senatore – Noi pensiamo ancora ai temi anticasta e a fare post su 10 milioni assegnati a questo o a quello. Ma di che parliamo”. C’è un punto che congiunge le opposte fazioni. Lo spiega un parlamentare con una certa esperienza: “Ora che succede? Che noi siamo morti e che il governo è vivo, quindi si vivacchia e si rimane incollati alla poltrona per i prossimi tre anni, che qui dentro dopo nessuno ci rientra”.

Lo spettro della doppia cifra è il grande spauracchio che si è messo in moto fin dai primi exit poll. “Con questi numeri a livello nazionale è tanto se arriviamo al 10%”, commentano fra di loro i colonnelli. Che ora devono resistere all’assalto esterno di un Pd che si sente rafforzato e che chiede maggior peso nelle prossime scelte qualificanti per il governo. E fare la propria scelta nel grande dibattito interno che si sta delineando su due fronti stratificati e complessi. Quello, guidato da ministri come Stefano Patuanelli e Federico D’Incà, da Roberto Fico e da Beppe Grillo, che lavora affinché i 5 stelle inizino un percorso di avvicinamento al mondo del progressismo riformista. E il secondo che, con sfumature sensibilmente diverse, vede Di Maio e Di Battista voler perseguire la strada del soli contro tutti, cogliendo le opportunità di alleanze solamente come tram per realizzare i propri obiettivi.

Una partita in cui Giuseppe Conte è entrato a gamba tesa: “Dobbiamo lavorare per contrastare questa destra. Mi auguro che si possa rinforzare questo ampio fronte, chiamatelo pure progressista. Non possiamo più permetterci smarcamenti, di piantare bandierine e reclamare spazi, la gente ci chiede azioni”. Non tutti dalle parti delle 5 stelle sembrano essere di questo avviso.

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