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Brasile, il compagno ladrone? Condannato per tangenti, dove si è rintanato per non andare in galera

L’ex presidente brasiliano non si è consegnato alla polizia. Resta nella sede del sindacato metalmeccanici dove si è rifugiato giovedì. I legali impegnati nella negoziazione dei termini dell’arresto

L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva non si è consegnato alla polizia entro il termine stabilito dal giudice federale Sergio Moro e rimane trincerato nel quartier generale di un sindacato a San Paolo. Rinchiuso da ieri nella sede della Metalworkers Union di Sao Bernardo do Campo, il suo luogo di nascita politico, è rimasto nell’edificio senza dare alcun indizio sul fatto che si arrenderà più tardi o se aspetterà l’arrivo delle forze dell’ordine. Continua con i legali la negoziazione dei termini dell’arresto. “Non intende andare al macello a testa bassa, per sua libera e spontanea volontà”, ha detto uno degli avvocati, José Roberto Batochio.

Lula potrebbe recarsi a Curutiba con un jet privato. “Sia chiaro che non vi è, da parte del presidente Lula, nessuna disubbidienza al mandato del giudice Moro” ha detto la presidente del Partito dei Lavoratori (Pt), Gleisi Hoffmann.

Il magistrato gli aveva chiesto di presentarsi per evitargli l’onta dell’arresto pubblico, con le auto della polizia a casa o nella sede del partito, con manette in vista e le immagini rilanciate in tempo reale dai media su tv e social. Ha ordinato: “Vietato l’uso delle manette”. Ha anche preparato una stanza speciale dove sarà accolto il leader della sinistra brasiliana. “E’ una questione di dignità”.

Molti premono per resistere e opporsi all’arresto. In ogni caso. Gli avvocati della difesa sono incerti: temono che il corridoio umano creato attorno a Lula finisca per scatenare violenze se e quando si presenterà la polizia. Il Pt vuole giocarsi l’ennesima carta e punta a trasformare l’arresto in una drammatica scena che scuoterà ancora di più un Brasile diviso e carico di risentimento. Per tutta la mattinata è proseguito il pellegrinaggio di esponenti politici per esprimere solidarietà e portare sostegno. Ieri notte non si è dormito nella sede della Metalworkers Union. L’ex presidente del Brasile lo considera la sua culla politica: ne è stato vicesegretario, segretario e presidente. Quando è arrivata Dilma Rousseff centinaia di operai hanno iniziato a lanciare slogan: “Resisteremo, un muro umano proteggerà il nostro leader”. Pianti e tensione vibrano nella grande sale. “Stai serena”, ha detto Lula abbracciando una militante che lo guardava in lacrime. “I giusti vinceranno”.

Gli avvocati sono scioccati. Come lo sono tutto il partito e molti osservatori politici. La difesa definisce “illegale” la decisione di Moro. C’è sicuramente più di un sospetto sulla tempistica del caso: poche volte, prima d’ora, le fasi del rinvio a giudizio, delle sentenze di primo grado, dell’appello e del giudizio conclusivo del TFS sulla libertà preventiva erano state così veloci. Oltre la media di tutti i casi trattati da “Lava Jato”. Quello di Porto Alegre è stato il secondo più veloce di tutta l’inchiesta. Ha superato i sette che riguardavano altrettanti imputati finiti dentro. Le misure cautelari sono state emesse dopo un arco di tempo che oscilla tra i 18 e i 30 mesi. Per Lula sono trascorsi meno di 9 mesi. Venti bus si sono messi in viaggio verso San Paolo carichi di operai e militanti del Pt. Si sono mossi avvocati, partiti legati alla sinistra, consiglieri giuridici. Il Movimento Sem Terra ha organizzato il blocco della circolazione delle grandi arterie del Brasile. Tenterà di estenderlo alle autostrade e ad almeno 85 strade degli Stati. Il Fronte Popolare del Brasile, di cui l’MST fa parte, si mobilita in 16 capitali. Pronti striscioni e cartelli. La manfifestazione ha un chiaro titolo: “Vogliono Lula? Dovranno passare prima su di noi”.

  • RICORSI

Ci sono stati due nuovi ricorsi per evitare l’arresto: una richiesta di habeas corpus della difesa, un’ingiunzione del Partito Ecologico Nazionale alla Corte Suprema. La sentenza del TFS di mercoledì notte pone un problema di legittimità costituzionale mai risolto e che con l’arresto del fondatore del Pt torna in primo piano. I consiglieri del Tribunale Federale Superiore Marco Aurélio e Gilmar Mendes, i due che si sono battuti durante la luna discussione nel Plenum e che più di altri hanno criticato la scelta conclusiva, vogliono risolverlo e premono per affrontarlo subito. Potrebbe cambiare la vicenda che scuote tutto il Brasile. Si tratta di stabilire se l’esecuzione della pena dopo il secondo grado stride sui due cardini fissati dalla Carta: presunzione di innocenza e libertà personale fino all’ultimo grado di giudizio.

  • IL GIUDICE CHE SI È ISPIRATO A MANI PULITE

L’altro grande protagonista della giornata è Sergio Moro, il pm che ha scoperchiato il più grande scandalo per corruzione nella storia del Brasile. Si è spirato all’inchiesta italiana di “Mani pulite” e ha chiesto spesso il parere dei magistrati del pool di Milano. In sei anni è diventato uno dei simboli dell’operazione “Lava Jato”. Anche in questa occasione ha agito in meno di 18 ore. Il tempo di ricevere l’ordinanza del Tribunale Federale della 4 Regione. Erano le 17:31 di giovedì 5 aprile; 19 minuti dopo, alle 17:50, Moro emette il mandato di cattura. Tutti si aspettavano che questo accadesse il 10, data limite stabilita dalle informazioni ufficiali. Si trattava di un’ipotesi, basata su calcoli e previsioni, in vista del nuovo ricorso presentato dalla difesa. Il Tfr-4, il Tribunale che ha condannato in appello Lula, ha ritenuto di accelerare i tempi per evitare che il caso si infilasse nella giungla dei ricorsi e controricorsi allungando la procedura giudiziaria. Anche loro hanno agito con una fretta sorprendente. Non hanno nemmeno analizzato la richiesta su questioni di legittimità. Oltre a definire tutto il processo basato su pochissime prove, che qualcuno ritiene false o costruite, tanti considerano l’ultimo atto, quello di Moro, viziato da gravi aspetti di illegalità giuridica.

Il pm di “Lava Jato” ha anche fissato la somma che il leader del Pt dovrà restituire all’Erario come presunto danno subito. Si tratta di 16.03.600 reais. Sono, secondi i calcoli della Procura, la percentuale delle commissioni pagate dall’OAS, la società propritaria del triplex di Giagurá, nei contratti di appalto della Petrobras. L’importo può essere negoziato e detratto, eventualmente, dalla sua pensione. Lula è indagato da 562 giorni. Se andrà in carcere, come appare, dovrà scontare un sesto della pena, 2 anni, in regime chiuso. Starà nella stessa struttura dove sono detenuti i suoi due grandi accusatori: l’ex ministro e tesoriere del Pt Antonio Palocci e l’ex presidente della OAS Léon Pinheiro. Entrambi hanno confermato le accuse ipotizzate dalla magistratura e le loro testimonianze sono alla base dei verdetti emessi. Stanno trattando un accordo di collaborazione che li farà uscire e godranno di uno sconto di pena.

Lula resterà in uno spazio a lui riservato, con finestre senza sbarre, diviso dagli altri prigionieri. È la grande stanza usata dagli agenti della Polizia federale. Ha un bagno privato. “È confortevole”, sostiene chi lo ha visto e frequentato. Ma è sempre una cella. “L’ex presidente non correrà rischi”, ha spiegato Moro, “sarà assicurata la sua integrità fisica e morale”. Dopo due anni potrà chiedere gli arresti domiciliari e quindi la semilibertà.

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