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VACANZE AL MARE? SPUNTA UNA TASSA CHE TI MASSACRA: ECCO COSA NON PUOI PIU’ PORTARE IN SPIAGGIA

Teglie di pasta al forno, angurie messe al fresco in acqua, casse di gelati, borse frigo stracolme di ogni bevanda e vivanda e, a gradire, le insalate di riso e le insalate russe preparate da nonna Pina o, in alternativa, per i non vegetariani, qualche bella bistecca di carne cotta in tempo reale sul barbecue.

Al Sud d’ estate le spiagge si trasformano in bistrot all’ aperto, in bizzarri e buzzurri ristoranti fai-da-te con tendoni giganti e tavolate enormi, e sedie rigorosamente portate da casa, dove rivive per un mangiata il vecchio modello della famiglia patriarcale. O meglio, della famiglia allargata. Allargata, a causa del cibo.

Nelle infinite giornate sulle spiagge del Sud non vale il motto «è proibito fare il bagno dopo mangiato» perché al contrario è obbligatorio mangiare prima e dopo il bagno e spesso anche durante (ho visto un tale che riusciva nell’ impresa eroica, tra una bracciata e l’ altra, di ingurgitare un pezzo di focaccia barese soavemente impregnata di olio d’ oliva e pomodori). In fin dei conti, a Sud, Mare è solo un abbreviativo di Mangiare. E lo sanno bene i bagnanti che arrivano dai paesi interni che, sia per le lunghe distanze che impediscono loro di pranzare a casa e poi tornare in spiaggia al pomeriggio, sia per una proverbiale tirchieria, sono soliti molto più degli autoctoni rivieraschi portare con sé canotti pieni di leccornie, secchielli riempiti non di sabbia ma di frittelle e maschere subacquee usate all’ occorrenza come bicchieri d’ acqua o calici di vino (li riconosci da lì che non sono del posto, oltre che dagli accenti incomprensibili e dal modo sgangherato di tuffarsi in acqua).

Allora potete capire quanto risulti odiosa e insopportabile la decisione di un lido di Marina di Pisticci, in provincia di Matera, di imporre una tassa di cinque euro su ogni borsa termica introdotta all’ interno dello stabilimento. La motivazione ufficiale dei gestori, come il signor Massimo Vena, è che così si evita di sporcare le spiagge ed è garantita la sicurezza alimentare del cliente (ma perché, è più sicuro il cibo confezionato e surgelato che troviamo al bancone del bar di quello preparato amorevolmente da zia Teresa e Nonna Maria?). La verità è che il balzello serve solo a far cassa e a scoraggiare gli habitué del pranzo a sacco dal portarsi il cibo da casa, inducendoli dunque a spendere e consumare all’ interno della struttura.

Strategia di mercato legittima, per carità. Come tutte le decisioni prese da privati. E, a quanto pare, anche considerata vincente, al punto che l’ idea è stata imitata da altri lidi sulla costa pugliese, a Pulsano e Castellaneta Marina. Ma resta il dubbio sulla sua efficacia, anche in termini commerciali. Davvero un utente viene incoraggiato ad andare in un lido dove nessuno consuma un pasto autoprodotto, o non viene piuttosto dissuaso dall’ imposta aggiuntiva che gli mette letteralmente le mani nella borsa (frigo), al punto da indurlo a preferire un altro lido dove può portarsi liberamente tutto il cibo che vuole?
Ma soprattutto misure del genere ci convincono sempre più che il mare abbia smesso di essere un bene pubblico, e sia diventato ormai un luogo esclusivo, un club privé dove devi sganciare soldi per farti un bagno, sdraiarti al sole, godere della bellezza naturale e piluccare qualcosa. È il costo della privatizzazione dell’ acqua (salata): la tassa balneare, la gabella sulla vacanza, il pedaggio per sosta abusiva sui ciottoli o consumazione vietata di panini al tonno. “Costa”, da sostantivo, si fece verbo. E del sapore di sale rimase solo un conto salato…

Poi, lo sappiamo, provvedimenti simili inducono inevitabilmente alla trasgressione, a studiare stratagemmi per eludere il divieto e fregare il gestore. E già ci immaginiamo donne fingersi incinte e nascondere sotto la veste premaman un melone al posto del pancione, para-sub e paraculi usare la muta come involucro per conservare pesce e frutti di mare, o pseudo-medici portarsi nel lido borse di lavoro ufficialmente piene di attrezzi del mestiere (caso mai qualcuno dovesse sentirsi male in spiaggia), ma in realtà foderate all’ interno di filtro termico per tenere al fresco ghiaccioli e succhi di frutta. Loro ci dicono: o la borsa (tua) o la bibita (nostra). E noi li freghiamo, mettendo la bibita nella borsa…

E allora non vietateci di introdurre cibo clandestino nei lidi, manco fossimo vumagnà che spacciano in modo abusivo prelibatezze sulla spiaggia, non ponete l’ embargo sulle teglie di melanzane, non chiudete le frontiere degli stabilimenti a noi che fuggiamo dal caldo di casa, e quindi siamo profughi climatici e abbiamo l’ unica colpa di essere molto affamati. Ma accoglieteci a braccia aperte, come chiede Papa Francesco, e non lasciateci a stomaco vuoto.

E che diamine. Vi siete indignati per le case vacanze che non vogliono gay e animali e ora non fate un plissé per chi respinge borse frigo e guantiere di torte gelato? Sappiatelo, è discriminazione. L’ Assoconsumatori di Cibo Portato Da Casa sta già pensando di fare un esposto…

 

 

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