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POMODORO, LA TRUFFA E’ SERVITA AL SUPERMERCATO: ECCO COSA MANGI PER DAVVERO (E DA DOVE VENGONO)

di Attilio Barbieri per Libero

Mentre ancora non si è depositato il polverone sull’etichettatura d’origine obbligatoria per latte e formaggi, si apre un nuovo fronte. Quello del pomodoro. Da anni si discute sulle importazioni dall’estero, soprattutto sottoforma di doppio e triplo concentrato, nonostante l’Italia sia un esportatore netto di derivati della solanacea rossa. La novità è che rispetto al recente passato l’import è letteralmente esploso. Secondo i calcoli dell’Ismea, passate e concentrati in arrivo da fuori dai 100 milioni in valore del 2012 sono balzati ai 154 del 2016.

Un’esplosione che si ritrova anche nei numeri forniti dall’Anicav, l’associazione degli industriali delle conserve alimentari. Lo scorso anno l’import di concentrato cinese è cresciuto del 42,17%, da 64,5 a 91,7 milioni di chilogrammi. Complessivamente, nel 2016, abbiamo importato 207,6 milioni di chili di concentrato di pomodoro, contro i 161,3 dell’anno precedente.

«Circa il 90% delle importazioni di concentrato di pomodoro da paesi extracomunitari, e quindi anche dalla Cina, avviene in regime di traffico di perfezionamento attivo o temporanea importazione», puntualizza a Libero l’Anicav, «per cui il concentrato entra temporaneamente nel territorio nazionale a scopo di lavorazione, trasformazione o riparazione, per poi essere riesportato verso paesi extracomunitari, prevalentemente verso l’Africa settentrionale e verso il Medio Oriente».

Sul prodotto cinese la Confindustria delle conserve fa presente che «sulle circa 92.000 tonnellate importate in Italia, l’85%, vale a dire 78.000 tonnellate sono state importate in regime di perfezionamento attivo ed il restante 15% in regime di importazione definitiva». Dunque rimarrebbero qui circa 14 milioni di chili di concentrato made in Cina. Ma che fine fanno? Nelle passate entrano difficilmente, perché c’è l’obbligo di indicare l’origine della materia prima. Facile che finiscano negli altri derivati del pomodoro: sughi, salse, concentrati e ketchup. Ma non solo in quelli.

«C’è il sospetto che la materia prima importata finisca pure nelle passate», spiega Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, un gigante da 35 miliardi di fatturato l’anno, «ecco perché sosteniamo con forza la necessità di arrivare al più presto ad una normativa comunitaria che imponga l’obbligatorietà dell’origine su tutti derivati del pomodoro».

Secondo Gardini che è pure presidente di Conserve Italia, «quella del pomodoro è una delle filiere più importanti in termini di quantità e di fatturato per il settore agroalimentare italiano con un giro d’affari stimato che supera i 3,2 miliardi di euro, il cui prestigio viene purtroppo offuscato da accuse di scarsa trasparenza e dalla crescita di fenomeni di contraffazione e di materie prime importate dall’estero». Secondo il numero uno del gruppo che ha in pancia marchi storici come Cirio, Derby, Yoga e Valfrutta «non c’è altra strada percorribile per valorizzare la filiera del pomodoro made in Italy se non quella di puntare sui suoi valori distintivi, ossia sull’elevata qualità del prodotto agricolo utilizzato. È su un’etichettatura volontaria che arrivi a identificare addirittura il campo in cui è stato coltivato e raccolto il pomodoro utilizzato per la singola bottiglia di passata o di sugo. La tracciabilità deve diventare assoluta. Soltanto così si possono superare i fenomeni di falsificazione che colpiscono la filiera».

Pure l’Anicav è favorevole all’estensione dell’etichettatura d’origine, ma con un meccanismo meno stringente, rispetto a quello auspicato dal presidente di Confcooperative. Nell’ambito della Tomato europe processing association (l’associazione europea dei trasformatori di pomodoro) i nostri industriali hanno sostenuto la proposta di «indicare obbligatoriamente in etichetta l’origine della materia prima utilizzando le diciture “UE” oppure “non UE” in tutti i Paesi dell’Unione, con la facoltà, per i singoli Pesi membri, di indicare anche lo Stato». Insomma: origine obbligatoria ma non troppo.

 

 

 

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