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QUELLO STRANO “SUICIDIO”: SPUNTA UN SECONDO CADAVERE. LA RAGAZZINA MORTA CHE POTREBBE SALVARE BOSSETTI

tratto da Libero

Massimo Bossetti resta una speranza per scampare all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la ragazzina uccisa a Brembate nel 2010. Come scrive Il Giorno, gli avvocati difensori del muratore di Mapello, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, chiederanno alla Corte d’Assise d’ appello di Brescia quella che hanno già definito una decisione “coraggiosa”.

Bossetti è in carcere dal 16 giugno del 2014. I legali, parlando del Dna e della ricostruzione del medico legale dell’omicidio, con il parere di Peter Gill, uno dei luminari della genetica forense contemporanea, sosterranno la tesi della impossibilità che una traccia biologica di quella quantità e di qualità straordinariamente elevata possa essersi conservata su un corpo rimasto per tre mesi nel campo di Chignolo d’ Isola, esposto all’umidità, alla pioggia e al vento.

E la difesa ha anche tirato un ballo una ragazza che non c’è più. Un “fantasma”, la chiama Il Giorno. Si chiede infatti l’acquisizione del fascicolo sulla morte di Sarbit Kaur, ventenne di origine indiana scomparsa un mese dopo Yara.

Il caso era stato archiviato come suicidio. Secondo la ricostruzione, Sarbit si era allontanata dalla sua abitazione di Martinengo il 24 dicembre del 2010. Lascia la sua auto, una Honda Jazz blu, parcheggiata con le portiere chiuse all’ingresso dell'”Oasi verde”, un grande parco attrezzato che si estende su entrambe le sponde del Serio. Il corpo di Sarbit viene ritrovato sei giorni dopo, il 30 dicembre, a una ventina di chilometri di distanza.

Ha una profonda ferita alla testa e due tagli ai polsi. Secondo gli avvocati di Bossetti, sono molto simili a quelli inferti dall’assassino, con crudeltà e precisione chirurgica, alla piccola Gambirasio. Il volto è segnato da una grossa ecchimosi. La ragazza ha una gamba rotta, escoriazioni. E gli slip abbassati. I calzoni a un paio di metri dal cadavere. L’autopsia certifica il decesso per annegamento. La famiglia Kaur non ha mai creduto al suicidio.

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