Home / CURIOSITA / “Suonavo nei night club. Poi il teatro e due film con Tinto Brass”. A parlare è Gigi Proietti. Ve lo sareste mai immaginato?

“Suonavo nei night club. Poi il teatro e due film con Tinto Brass”. A parlare è Gigi Proietti. Ve lo sareste mai immaginato?

Gigi Proietti si concede a una lunga intervista al quotidiano “Repubblica”. E inizia parlando del suo passato da bassista: “Ero il bassista col botto. Sì col botto: bumbumbum. Non sapevo fare altro. Erano gli anni in cui suonavo in un complessino tirato su, senza pretese. Guadagni scarsi. Ma sufficienti per non pesare sui genitori che non navigavano nell’oro e immaginavano per me un futuro diverso: studia, laureati e trova un impiego, possibilmente statale”. Poi parla del padre: “Aveva fatto parecchi mestieri prima di trovare a Roma un impiego come uomo di fiducia in un’azienda. Era umbro, figlio di contadini. Con la mamma vennero a Roma negli anni della guerra. Sono nato nel 1940. I miei alloggiarono prima in una casa davanti al Colosseo, fummo sgombrati perché l’edificio era pericolante; andammo a vivere in uno scantinato di un albergo; infine ci assegnarono un alloggio alla borgata Tufello. Penso che le origini di una persona non sono la sua condanna. Ognuno di noi, se ha determinazione e un po’ di fortuna, può decidere la propria strada”.

Proietti racconta i primi passi nel mondo dell’arte, con il suo gruppo: “Ci chiamavamo ‘Gigi e i Soliti Ignoti’, era il 1960 e ci chiamarono a suonare nei night club. Mi ero anche iscritto a giurisprudenza. Nei night venivano il generone romano, un po’ di malavita e parecchi turisti. Pagavano un biglietto di ingresso che gli dava diritto a una consumazione e ad assistere a uno spettacolo di streap-teese. Quel mondo è stato fondamentale per me in molti sensi. In quegli anni incontrai la donna che sarebbe stata la compagna della vita: Sagitta, una svedese che faceva la guida turistica. Stiamo insieme da mezzo secolo. Non ci siamo mai sposati. Ogni tanto dico: vedi, anche se volessi, non potrei neanche divorziare. Abbiamo due figlie che adoriamo”. Poi la scoperta del teatro: “Ci arrivai per caso. Avevo fatto dei provini. Ma non è che avessi una cultura teatrale. Feci piccole cose. Erano gli anni in cui a Roma c’erano le famose cantine e si faceva molta avanguardia. Restai folgorato da Carmelo Bene che recitava in Caligola di Albert Camus. Lo guardai con ammirazione. Me lo presentò Roberto Lerici, altro personaggio straordinario, e diventammo amici da subito. Mi propose di lavorare a uno spettacolo che poi non si fece. Ripiegò sulla ‘Cena delle beffe’, mi offrì il ruolo di coprotagonista e accettai felice di poter lavorare con quel mostro sacro”.

I primi anni: “Il primo successo lo ottenni con ‘Alleluja, brava gente’. Poi mi incapricciai di Petrolini. Non era solo comico. Era inquietante. Tutti dicono che parlava a raffica. No. Era il Dio della pausa. Riempiva il silenzio con le sue smorfie”. E Tinto Brass? “Ho lavorato a un paio di film con Tinto. Feci il protagonista insieme a Tina Aumont ne ‘L’urlo’, film che rimase in censura per nove anni. C’era qualche scenetta di nudi, i figli dei fiori, quelle robe lì”. Proietti poi prova a definirsi: “Non sono un artista, forse sono soltanto un esibizionista allegro. Però c’è una cosa che mi ha ossessionato per anni. È una battuta di Carmelo nel Caligola : ‘Io voglio solo la luna’. Ho capito che la mia luna era un’idea di teatro che fosse una specie di comunità. Qualcosa che il cinema non ti può dare. Sono riconoscente alla Tv che mi ha regalato un successo incredibile e anche inaspettato. Dicevano: bravo Proietti, ma non buca lo schermo. E invece visto, no?” Proietti poi parla di Vittorio Gassman, un altro compagno di strada: “Straordinario e pieno di vita. Ho il rimpianto di non aver mai lavorato a teatro con lui. Anche se l’occasione ci fu con Otello . Avrei dovuto interpretare Jago. Mi tirai indietro. Convinto che dal confronto uno dei due avrebbe perso. Scatenando le invidie dell’altro. Peccato”. Ma anche Eduardo De Filippo offrì a Proietti di lavorare con lui: “In quel momento ero impegnato. Eduardo aveva il volto segnato, da due righe profonde e inconfondibili. Mi strinse la mano e disse “bravo!” Era il 1977. Era vecchio ma emanava ancora un fascino straordinario”. E la vecchiaia di Proietti? “Cerco di darle una logica, ma è quasi impossibile. Faccio un mestiere che abitua a pensare alla propria fisicità. Ma non è più quella di una volta. Ora dirigo il Globe Theatre di Roma. Per ora sono riuscito a non recitarvi. Ogni tanto mi dico: Gigi, nun te preoccupà, tanto una parte da vecchio per te c’è sempre”.

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