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GUAI A VOI SE VI LAMENTATE: il governo impone il bavaglio sugli agenti di Polizia

Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha paura di ciò che dicono i suoi agenti. Questo è ciò che appare alla luce della circolare che lo stesso ha inviato ieri a questori e dirigenti per raccomandare loro di sensibilizzare «il personale sull’uso dei social network e di applicazioni di messaggistica».

In seguito alla morte di Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due poliziotti uccisi a Trieste, molti operatori hanno infatti esternato le loro preoccupazioni attraverso Whatsapp o Telegram, piattaforme su cui spesso vengono create chat di gruppo. Il materiale è stato diffuso ed è finito in mano ad alcuni giornalisti che poi, giocoforza, hanno iniziato a indagare sulle lamentele degli uomini e delle donne in divisa, che sempre più spesso parlano di «scarsa sicurezza», «materiale inadeguato», «poche risorse», «addestramento insufficiente». Un’evidenza di fronte a cui l’amministrazione sembra fare da tempo orecchie da mercante. Se Matteo Salvini, quando era ministro dell’Interno, aveva almeno investito sull’assunzione di nuovi agenti, l’attuale titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, taglia mezzi della Polizia nel malcontento generale, creando ancor più difficoltà e imbarazzo tra gli agenti, che iniziano a non poterne più di lavorare in certe condizioni. E ora ci si mette anche Gabrielli che, attaccandosi a questioni di sicurezza nazionale, fa capire senza mezzi termini che lamentarsi attraverso i social potrebbe procurare ai poliziotti non pochi problemi. E se da una parte, per scelta proprio del capo della Polizia, non si possono avanzare critiche neanche attraverso i sindacati, visto che ogni volta che qualche loro rappresentante interviene sui giornali l’articolo non viene messo in rassegna del Dipartimento della Pubblica sicurezza, dall’altro la nuova circolare arriva a mettere le cose in chiaro: non si può parlare in certi termini. «Appare opportuno ribadire – si legge nella missiva di Gabrielli – che ogni operatore di polizia, in ossequio ai doveri prescritti dall’attuale disciplina, deve non rivelare a terzi informazioni e dati, né pubblicare notizie, immagini ovvero audio relativi ad attività di servizio, interagire nel web tenendo un comportamento sempre improntato al massimo rispetto dei principi costituzionali, ecc». Si specifica quindi che il pubblicare foto in divisa o con l’arma di servizio potrebbe mettere a rischio la sicurezza dello stesso agente. Inoltre, il poliziotto, dentro e fuori dal servizio deve mantenere «un comportamento idoneo a non creare imbarazzo all’amministrazione». La circolare ha creato non poche discussioni, proprio in quelle chat di cui parla Gabrielli. «Il fatto – spiega qualche rappresentante di Polizia – è che se parliamo attraverso i sindacati ci ignorano, quando i problemi sono tanti. Pensassero a comprarci giubbotti antiproiettile di buona fattura e che non mettano a rischio le nostre vite e ad addestrarci come si deve, invece che mandare le solite letterine di raccomandazione che costituiscono solo un lavoro in più per i questori».

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