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SI E’ RIDOTTO A FARE IL BURATTINO DI MERKEL E MACRON: la triste fine di Gigino, che si permette di criticare Orban per conto loro

Dopo le frasi di Orban ad Atreju, Di Maio incalza. Ma farebbe bene a ricordarsi le ingerenze dei suoi sponsor europei

Luigi Di Maio tuona contro Viktor Orban. Il neo ministro degli Esteri, dopo l’attacco del premier ungherese al governo giallorosso ha bollato le frasi di Orban come “inutili ingerenze”.

E con una nota della Farnesina, il capo politico del Movimento Cinque Stelle ha risposto duramente al premier ungherese alzando i toni dello scontro: “Non permetto a nessuno di giudicare o attaccare l’Italia, men che meno a chi fa il sovranista ma con i nostri confini. Orban non conosce il popolo italiano, parli quindi del suo popolo, se vuole, non del nostro”.

Di Maio si scopre sovranista quindi. Non solo, ma anche molto geloso della politica italiana a tal punto da colpire chiunque provi a parlarne. Un affondo durissimo, quello del ministro degli Esteri, che però sconta un “piccolo” peccato originale.

Perché se Di Maio fa benissimo a ricordare che nessuno possa permettersi di giudicare l’Italia, si dimentica due particolari che farebbe invece bene a tenere a mente. Il primo, è che Orban non ha mai attaccato l’Italia ma il governo di Giuseppe Conte: quel premier che, con il Movimento 5 Stelle, ha abbandonato la linea simil-sovranista quando andava a braccetto con Matteo Salvini per lanciarsi tra le braccia dell’Europa franco-tedesca. Il secondo particolare che forse Di Maio dimentica è che se quelle di Orban sono “ingerenze” e se “nessuno si deve permettere di giudicare l’Italia”, forse queste frasi vanno rivolte non tanto a Budapest, quanto agli sponsor dell’attuale governo italiano: ovvero le cancellerie di Berlino, Parigi e Bruxelles.

Facile tuonare contro il leader magiaro quando si è passati dalle sfilate coi gilet gialli a stendere il tappeto rosso a Emmanuel Macron, ma il ministro degli Esteri forse si è dimenticato di quando il capo dell’Eliseo si augurava che Salvini abbandonasse il governo, di quando la Merkel ha costantemente preso di mira il leader della Lega e la politica migratoria voluta dal Viminale, così come di quando, uno a uno, tutti i commissari europei hanno tuonato contro Roma e contro qualsiasi deriva diversa dalla rotta imposta dall’Europa.

Ecco, il coraggio di Di Maio forse andrebbe rivalutato alla luce di questi fatti. Un ministro degli Esteri di un governo nato nelle cancelliera d’Europa e del mondo forse dovrebbe rivedere i suoi obiettivi quando parla di “inutili ingerenze”. Tra le visite a Washington, i placet da Pechino, i semafori verdi di Francia e Germania e con le garanzie volute dall’Unione europea di Ursula von der Leyen, le ingerenze sono talmente tante da chiedersi addirittura se quelle di Orban possano essere considerate come tali.


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