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Quelli che ieri hanno elogiato Berlinguer? Se fosse ancora vivo li avrebbe cacciati a pedate uno ad uno

Teorizzò il mito dell’integrità del militante comunista Ma dopo 35 anni la questione morale è ancora aperta

di Paolo Guzzanti per IlGiornale

Rievocare Berlinguer è diventato un genere letterario da calendario, etico e marginalmente politico. Anche filmico, ricordando il bel film di Walter Veltroni.

Ma tutte le rievocazioni, lodi, gli I remember e i riti (giustamente) celebrativi tendono ad invertire l’ordine dei valori: rievocare Berlinguer significa prima di tutto parlare brutalmente di politica internazionale prima che nazionale, e solo secondariamente di etica e di stile. Di stile Enrico Berlinguer ne aveva da vendere: non l’ho mai intervistato ma abbiamo viaggiato insieme su piccoli aerei da e per Bruxelles ed era un compagno di viaggio spiritoso, adorabile, fulmineo, allegro, un modello umano di altissima qualità. E, come opportunamente ha ricordato ieri la figlia Bianca Berlinguer su Repubblica, era sicuro che nel 1973 in Bulgaria i compagni russi avessero tentato di ammazzarlo col vecchio trucco del camion che sbuca da una curva. Dovette essere recuperato con una operazione militare sotto copertura.

Anche il suo ictus letale in età giovanile è stato sempre considerato sospetto in famiglia e nel partito, perché la sezione del KGB detta Kamera (abbondante letteratura solo in inglese) era specializzata nel provocare ictus, infarti e fulminanti carcinomi epatici. Bianca Berlinguer fa bene a ricordarlo, perché Berlinguer doveva morire per le stesse ragioni per cui Moro doveva morire. La storia andò così: dopo il colpo di Stato militare in Cile che sanciva l’intangibilità delle aree d’influenza della guerra fredda anche in Sud America, fu chiaro a Berlinguer che il futuro del suo potente e stimato (dagli americani prima di tutto) partito dovesse essere occidentale. Disse al giornalista Giampaolo Pansa che si sentiva più protetto dall’ombrello atomico della Nato che da quello del patto di Varsavia Sovietico e avviò il processo noto come «Compromesso storico», discretamente appoggiato da Washington e da Londra con cui il Pci si sarebbe sganciato dalla dipendenza economica e politica dell’Urss, interrompendo i trasferimenti erogati per valigia diplomatica da Ponomariov.

Quei fondi venivano poi cambiati allo Ior Vaticano, mi disse Cossiga, sotto la supervisione di agenti del Tesoro americano, trattandosi di dollari. Secondo questo piano, Berlinguer e il suo partito avrebbero ampiamente sostituito, con una classe dirigente immacolata, quella compromessa della vecchia Dc. La vecchia DC consentiva al rinnovamento e offriva come garante Aldo Moro che avrebbe esercitato la sua funzione al Quirinale. La fine è nota: a via Fani una e una sola arma uccise gli uomini della scorta, imbracciata da un solo killer. Così, il compromesso storico si afflosciò nel sangue e nei depistaggi e il Pci seguitò a fare a presentarsi col cappello in mano a Mosca.

Come presidente di una commissione che agiva con i poteri della magistratura mi vidi offrire e poi negare dal procuratore generale di Budapest tutti i documenti che provavano il legame di alcuni uomini delle Br e nessuno da allora sembra aver avuto più il coraggio o l’interesse a chiederli. Gli ungheresi mi dissero di non aver ottenuto il nulla osta diplomatico della Federazione Russa, per loro vincolante e richiusero la valigia di cuoio verde che ci avevano mostrato nel corso di un plenum con brindisi di spumante Mum tiepido. Questa vicenda ci porta alla «questione morale». Ha ragione Bianca Berlinguer quando dice che suo padre era una persona normalissima e solare. Ma è anche certo che Berlinguer, se fosse vivo, avrebbe rispedito a casa più della metà degli attuali dirigenti, faccendieri, procacciatori e mestatori che prosperano nell’attuale Pd, più o meno come in ogni partito. Ma il suo partito, proprio perché si finanziava illegalmente da una potenza straniera (con il compiacente beneplacito delle autorità italiane e americane) era un partito di duri e puri, gente ancora legata alle consuetudini spartane contadine e operaie, antiabortista e antidivorzista, con in più l’affezione religiosa per santa Maria Goretti, la ragazza che morì per non essere stuprata e che Berlinguer additava come modello ai giovani. La sua idea politica era chiara: ci stacchiamo dal mito della Rivoluzione d’Ottobre sovietica che ha perso il suo carattere propulsivo e ci agganciamo a un nuovo mito, onesto e italiano dell’integrità morale del militante comunista e della sua modestia competente che contrasta la natura proterva e corrotta di una classe dirigente che ha fatto il suo tempo.

Noi sappiamo dai documenti che ai tempi del suo compromesso storico, già si stava formando il dossier Mani Pulite negli Stati Uniti dove uomini di destra come Henry Kissinger vedevano di buon occhio l’arrivo di onesti comunisti italiani a condizione che fossero totalmente sganciati da Mosca, gente con cui si potessero condividere senza rischi anche segreti militari. La rivoluzione dell’onestà berlingueriana rispondeva a caratteristiche reali di un partito che però finì per darle boriosamente per scontate, trovandosi ben presto nel fango degli scandali. Così crollò anche l’incantato mondo di Enrico Berlinguer, un paradiso etico forse un po’ monotono, ma da cui oggi avrebbe certamente estromesso a pedate buona parte dell’attuale classe dirigente.

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