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RAI, LO SCANDALO DEI DIRIGENTI D’ORO: pagati fino a 250mila euro senza aver incarico o mansioni

Giorgio Arnaboldi per “la Verità”

Rai parking. Non è certamente il canale più di tendenza, ma ha un suo antico appeal. Non fa i numeri delle dirette della Nazionale di calcio perché ha il tetto di 240.000 euro, ma è una garanzia. Vorrebbe essere invisibile come Rai 5, ma è sempre sulla bocca di tutti. Rai parking è l’ acquario variopinto dove nuotano i vip caduti in disgrazia.

Direttori silurati, dirigenti sorpresi in mezzo al guado dalle elezioni, anchormen legati a vecchie maggioranze e mal tollerati da quelle nuove. È il balletto delle stagioni, in viale Mazzini a Roma la musica non si ferma mai.

L’esempio più eclatante è quello di Mario Orfeo, nome stellare della galassia televisiva, già direttore del Tg2, del Tg1 con il pallino delle riforme grafiche e direttore generale della Rai, finito nel limbo di Rai parking dopo la stagione renziana e l’ arrivo a Palazzo Chigi del premier Giuseppe Conte. Inviso soprattutto al Movimento 5 stelle, dall’ insediamento del suo successore Fabrizio Salini (luglio 2018) ha vagato senza meta e senza un ruolo nell’ iperuranio televisivo come il mai dimenticato comandante Raimundo Navarro inventato da Mario Marenco.

Otto mesi senza una poltrona, ma con uno stipendio di 240.000 euro che continuava a correre, il massimo consentito dalla legge per gli amministratori pubblici. Oggi la fine del limbo e dell’ indennità senza incarico sta per arrivare: il 18 aprile sarà nominato presidente di Rai way, la consociata quotata in borsa che ha il compito di gestire, mantenere in efficienza e modernizzare gli impianti di diffusione del segnale televisivo. Niente a che vedere con le competenze giornalistiche di Orfeo, ma almeno la casella sarà riempita.

SENZA POLTRONA

Analoga vicenda per Monica Maggioni, ex presidente dell’ azienda, ritrovatasi senza un ruolo dopo la nomina di Marcello Foa a capo dell’ ufficio di presidenza. Di norma, nelle aziende private si passa in amministrazione per l’ eventuale buonuscita, si stringono un po’ di mani per poi tornare a casa e sul mercato. Ma la Rai è innanzitutto mamma, simili shock ai suoi figli non li impone, anche perché i 2,7 miliardi annui di fatturato grazie soprattutto al canone in bolletta le consentono di mantenere gagliardamente in vita il canale Parking.

Dal settembre 2018 senza una poltrona, la Maggioni è rimasta nel limbo per 7 mesi prima di diventare a marzo amministratore delegato di Rai Com (ex Rai World), compagnia che gestisce la distribuzione e la commercializzazione dei programmi Rai all’ estero.

Anche per lei lo stipendio è sempre stato di 17.000 euro al mese, come quello dell’ ad Salini che però ha sulle spalle l’ amministrazione del moloch da 13.000 dipendenti storicamente rappresentato (dal 1966) dal cavallo morente di Francesco Messina.

Le storie sono esemplari della stratificazione geologica della tv di Stato e indicano una stortura: l’anima profondamente statalista di quegli uomini e di quei muri. La colpa di tutto ciò non è certo nelle persone e nei loro destini, ma nel sistema che concede privilegi inattaccabili una volta ottenuti. Oggi i dirigenti ancora in cerca d’ autore in questa tornata politica non sono pochi e vengono classificati con la definizione omnibus: «Alle dirette dipendenze dell’ amministratore delegato». Traduzione: senza un lavoro.

Come un altro big, Andrea Montanari, ex direttore del Tg1, molto legato a Orfeo e scalzato da Giuseppe Carboni. Montanari è in Rai dal 1997, entrò con Romano Prodi al governo e diventò quirinalista quando il capo dello Stato era Giorgio Napolitano. Arrivò alla guida della corazzata dei tg nel 2017, epoca tardorenziana, quando l’ impero stava crollando. Un minimo di biografia è utile per spiegare lo scenario: dopo lo showdown è rimasto in parcheggio per tutto questo tempo in vista di una nuova destinazione. L’ azienda propone l’ufficio di corrispondenza a Parigi, non certo un ripiego, ma Montanari vorrebbe coordinare Rai Quirinale, la struttura che organizza le trasmissioni televisive con il presidente della Repubblica.

VECCHIE CONOSCENZE

Nel frattempo lo stipendio corre, come quello di Angelo Teodoli (ex direttore di Rai 1), Ida Colucci (ex direttrice del Tg2), Andrea Fabiano (ex direttore di Rai 2, il più giovane della storia, predecessore di Carlo Freccero), Nicoletta Manzione (ex direttrice di Rai Parlamento), Andrea Vianello (ex direttore di Rai 3 e di Rai 1). Tutti dirigenti, tutti oltre i 200.000 euro (dato del 2017) di retribuzione fra parte fissa e parte variabile come sta scritto nel sito rai.it alla voce Organizzazione e risorse umane. Tutti senza un incarico.

Anche nello sport c’è una vecchia conoscenza in stand by, Fabrizio Maffei, ex conduttore della Domenica Sportiva, poi presidente di Rai corporation e direttore delle Relazioni esterne della massima azienda culturale del paese. Adesso che fa? È distaccato a Rai academy, la scuola di formazione, e dovrebbe occuparsi della «mappatura delle risorse giornalistiche». Rai parking non difetta mai di fantasia.

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