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Travaglio inchioda i giudici rossi: “Era sequestro di persona? Perchè il PM non fece arrestare Salvini come prevede la legge?”

Meglio i giudici
di Marco Travaglio sul Fatto del 30 Gennaio

Dopo aver voltato gabbana sul Tav, le trivelle, le accise e i rimpatri dei clandestini, il nostro ministro dell’Interno tutto d’un pezzo Matteo Salvini innesta la retromarcia anche sul processo Diciotti. Il 27 agosto, appena indagato per il presunto sequestro dei 177 migranti tenuti a bordo per cinque giorni nel porto di Catania, dichiarò a Libero, pancia in dentro e petto in fuori: “Se il Tribunale dei ministri dirà che devo essere processato andrò davanti ai magistrati a spiegare che non sono un sequestratore. Voglio proprio vedere come va a finire” (“Vado al massimo”, Vasco Rossi). Poi scambiò la richiesta di archiviazione della Procura di Catania per un provvedimento di archiviazione. Invece il Tribunale dei ministri ha chiesto l’autorizzazione a processarlo. Ma lui, ancora l’altro giorno, quando Luigi Di Maio gli ha comunicato l’intenzione dei 5Stelle di accontentarlo votando l’autorizzazione a procedere, marciava dritto e filato verso il Tribunale: “Non mi servono aiutini”. Poi qualcosa o qualcuno gli ha fatto cambiare idea: ora pretende che il Senato cancelli il suo processo perché “non vi è nulla di personale” e lui agì in qualità di ministro dell’Interno. E questo lo sanno anche i giudici, altrimenti non avrebbero chiesto l’autorizzazione a Palazzo Madama. Ma non basta a stabilire la liceità della sua condotta, altrimenti un ministro, nell’esercizio delle sue funzioni, sarebbe sempre legibus solutus, e invece non lo è neppure il presidente della Repubblica (che può rispondere di alto tradimento e attentato alla Costituzione).

Su un altro punto Salvini ha ragione: l’immunità parlamentare e il fumus persecutionis non c’entrano nulla, nemmeno quel poco che ne è rimasto dopo la riforma del 1993 che li ha aboliti per le indagini e li ha mantenuti per gli arresti, le intercettazioni e le perquisizioni. Qui, appunto, non si tratta di decidere se Salvini sia perseguitato dai giudici, ma se l’eventuale reato ministeriale sia “scriminato” da “un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” o “un preminente interesse pubblico”. E questo Salvini pretende che lo affermi il Senato, negando l’autorizzazione a procedere a maggioranza, per far vedere a tutti che comanda lui. Con i voti non solo della Lega (e di FI che vota sempre, per Dna, per gli imputati contro i giudici), ma anche dei 5Stelle (il Pd dirà sì). Ora il M5S ha tre opzioni: 1) confermare il sì all’autorizzazione a procedere; 2) cambiare idea pure loro e dire no; 3) astenersi. La 2 sarebbe un suicidio politico, per l’abbraccio mortale con leghisti e forzisti a protezione di un ministro che non vuol farsi processare.

La 3 sarebbe una furbata da Ponzio Pilato. La 1 salverebbe la loro coerenza, già messa a dura prova dalle retromarce sul Tap e il Terzo Valico, ma farebbe infuriare i leghisti e metterebbe a repentaglio il governo e la maggioranza, anche se – come ha preannunciato Di Maio – i ministri 5Stelle chiedessero di testimoniare al processo di aver condiviso la scelta di trattenere a bordo i 177 migranti non per privarli della libertà, ma per attendere la risposta degli altri Paesi Ue sull’accoglienza. A meno che Di Maio e gli altri ministri pentastellati (Toninelli in primis, responsabile dei porti) facciano un passo in più, dopo aver autorizzato i giudici: si autodenuncino al Tribunale di Catania e chiedano di essere processati con Salvini per un atto che hanno condiviso e rivendicano come collegiale di tutto il governo. Il che taciterebbe Salvini. E metterebbe in imbarazzo il collegio giudicante, in un processo già abbastanza traballante di suo, a prescindere dall’applicabilità del sequestro di persona a una decisione assunta con tutt’altro movente: sia perché, a sostenere l’accusa, dovrebbe essere la Procura di Catania che ha già negato reati perseguibili nel caso Diciotti; sia perché, ad avviare l’inchiesta, fu il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, che salì a bordo durante il presunto sequestro e poi se ne andò come se non stesse accadendo nulla d’illecito, sennò avrebbe dovuto ordinare lo sbarco dei migranti e arrestare in flagrante Salvini, e ora rischia pure lui il processo per non aver fermato un reato in fieri (art. 40 Codice penale: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”).

Se quello della Diciotti fosse un caso isolato, si potrebbe anche chiuderlo con un voto parlamentare. Ma, siccome gli sbarchi (perlopiù sulle coste italiane) si sono ripetuti più volte dopo quello della Diciotti, e si ripeteranno chissà quante altre in futuro, una sentenza della magistratura sarebbe molto più autorevole e auspicabile di una decisione del Senato. Perché detterebbe legge per l’avvenire. Il nodo da sciogliere una volta per tutte è questo: fermo restando il dovere di salvare chi rischia di affogare e di garantirgli poi l’assistenza e le cure su una nave sicura, è un reato o no vietargli lo sbarco in Italia per imporre alla Ue di farsene carico pro quota? Se a rispondere fosse il Parlamento, a maggioranza più o meno allargata, darebbe un verdetto politico, partigiano e perciò contestabile e suscettibile di altre indagini giudiziarie. Se invece fosse un Tribunale, seguito da una Corte d’appello e dalla Cassazione, la risposta avrebbe tutt’altro valore. E costituirebbe un precedente per tutti i casi futuri: se la magistratura indipendente dicesse che quella linea di condotta è un crimine, il governo dovrebbe starne alla larga e adottare altri strumenti per inchiodare l’Europa alle proprie responsabilità; se invece stabilisse che è lecito, tutti – scafisti, Libia, ong, procure, governo, parlamento, opposizioni e Ue – saprebbero che il dovere di soccorrere non va confuso col diritto di sbarcare in un solo Paese. E ciascuno dovrebbe regolarsi di conseguenza.

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