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Il processo a Salvini? Voluto per impedirgli qualunque ricandidatura: è sufficiente una condanna in primo grado

Sul processo a Matteo Salvini il caos tra Lega e M5s è sintetizzato da una frase di Giuseppe Conte rubata prima della sua partenza per Nicosia, al vertice Med7: “Il governo traballa”. La confidenza del premier, pubblicata dalla Stampa, testimonia il clima di tensione che si respirava martedì pomeriggio a Palazzo Chigi, con Salvini e Luigi Di Maio alle prese con un pericolosissimo balletto sulla autorizzazione a procedere.

Il leghista, parte in causa, chiede il “no” mentre i grillini, giustizialisti della prima ora, sarebbero per il “sì” ma con il rischio di sfasciare l’alleanza. A questo caso si aggiunge un lungo dossier di scontri tra i due partiti, nota il quotidiano torinese: “Tav, autonomie per le Regioni, Venezuela, ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan“. Si rischia, insomma, di innescare una bomba a orologeria dallo scoppio devastante. Conte lo sa e per questo, in serata, prende il toro per le corna e si sacrifica: “La vicenda Diciotti rientra nella linea politica sull’immigrazione seguita dal governo. Non mi sento estraneo a questa vicenda”. Il processo a Salvini diventa insomma processo al premier e ai suoi ministri. Anche perché, secondo la Stampa, è stato lo stesso Conte a consigliare al leghista il passo indietro e la “difesa dal processo”: “Il rischio è di trovarsi, in caso di condanna, in una situazione di incandidabilità per effetto della Legge Severino. È vero che si dovrebbe aspettare la sentenza definitiva, ma non il massimo della vita politica per un ministro dell’ Interno avere questa spada di Damocle sulla testa”.

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