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LA PROFEZIA DI SAVONA: BASTA ASCOLTARE L’EUROPA! ECCO COSA SERVE PER RILANCIARE LA NOSTRA ECONOMIA

Michele Zaccardi per www.liberoquotidiano.it

Meno investimenti, meno crescita e più tasse. Così potrebbe essere sintetizzato il rapporto dell’ Ufficio parlamentare di Bilancio, «La finanza pubblica dopo l’ accordo con la Commissione europea». Una valutazione che segue quanto scritto ieri dal ministro per gli affari europei, Paolo Savona, sulle colonne di Milano Finanza. L’ economista ha auspicato un poderoso piano di investimenti per rianimare l’ economia italiana, che prevede stagnante nel primo semestre dell’ anno prossimo. Uno 0% di variazione sul 2018.

Esagerato? Forse, almeno secondo l’ Upb, che stima una crescita per l’ anno prossimo dello 0,8%. Ma con una variabile che potrebbe far saltare tutto: l’ incertezza. Stando a quanto scritto dai tecnici, il documento redatto dal governo per il 2019 e inviato a Bruxelles è «plausibile, pur presentando non trascurabili rischi di revisione al ribasso». Rischi che però possono essere maggiori se si guarda avanti, al 2020 e al 2021.

Quanto al «quadro di finanza pubblica per il 2019», questo «presenta caratteri di transitorietà» e di «incertezza, in particolare riguardo al disegno effettivo e alla realizzabilità delle misure». Incertezza testimoniata dai 2 miliardi messi nel cassetto a garanzia della tenuta dei saldi. Più precaria la situazione per il 2020 e il 2021, dal momento che il contenimento del deficit durante il biennio è affidato esclusivamente alle calusole di salvaguardia sull’ Iva e sulle accise che garantiranno incassi per 23,1 e 28,8 miliardi. In questo modo il deficit si restringerebbe all’ 1,8% nel 2020 e all’ 1,5 nel 2021.

Ma attenzione: senza i soldi di Iva e accise il disavanzo schizzerebbe al 3%, rischiando di violare la regola aurea di Maastricht, e metterebbe in dubbio «la sostenibilità futura della finanza pubblica».

Per il principio dei vasi comunicanti, poi, un aumento del deficit si rifletterebbe sul debito, che in rapporto al Pil «riprenderebbe a salire sia pure leggermente» durante il 2020 e il 2021. Insomma, anche la riduzione del debito pubblico è legata alle clausole di salvaguardia: solo facendole scattare, cioè aumentando Iva e accise, si potrebbe avere una discesa dell’ indicatore al 128,2% del Pil nel 2021, dal 131,7 di quest’ anno. Tuttavia, l’ evoluzione dei parametri è condizionata dalla crescita: senza va tutto a ramengo. E su questo punto l’ esecutivo ha dovuto fare un bagno di realtà a causa dei segnali di rallentamento registrati nel terzo trimestre, un -0,1% che avrà effetti anche sull’ anno prossimo.

Secondo il governo, quest’ anno e il prossimo il Pil crescerà dell’ 1% tondo, una previsione in linea con quella dell’ Upb che, però, per il 2019 stima uno striminzito 0,8%. A spegnere le aspettative su una miracolosa ripresa ci sono anche gli effetti espansivi della manovra, dimezzati rispetto all’ impianto originario.

A soffrire, in particolare, sono gli investimenti. Per questi la spesa prevista in origine era di 9 miliardi in tre anni. Ora, la cifra stanziata cala a 3,6 sul triennio. Quasi 5 miliardi e mezzo in meno.

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