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“Schifo napolitano, non il politico, ma l’essere umano”: quella canzone di Fabrizio Moro, il vincitore di Sanremo 2018

di Andrea Carugati per la Stampa

Curioso che in un Sanremo imbrigliato in modo militare dalla par condicio, ai più sia sfuggito un piccolo particolare: il vincitore Fabrizio Moro è un militante grillino. O meglio: è stato un testimonial del M5S, in una delle grandi kermesse di piazza San Giovanni a Roma. Meno famoso (almeno fino a ieri) dell’attore Claudio Santamaria –che molto si spese nel 2016 per la sindaca Virginia Raggi-, Moro nella campagna per le europee del 2014 fu tra i protagonisti della chiusura della campagna a Roma, con Beppe Grillo e Gian Roberto Casaleggio.

QUI IL VIDEO CON LA CANZONE CONTRO NAPOLITANO

E anche in quell’occasione fece parlare di sé: non per l’impegno contro i terrorismi che lo ha spinto alla vittoria quest’anno, ma per un insulto dal palco (ripetuto più volte) verso l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «Schifo Napolitano, non il politico, l’essere umano»: questa la fatwa di Moro, che allora non era un giovane esordiente ma un signore di 39 anni con una discreta carriera alle spalle. E le sue parole fecero notizia non tanto per la critica verso il Capo dello Stato, ma per la gratuità dell’insulto alla persona.

Erano i giorni delle roventi polemiche tra il Movimento e l’inquilino del Colle. Grillo, in caso di vittoria del M5S alle europee, minacciava manifestazioni al Quirinale contro «un presidente delegittimato, senza alcuna base sociale e politica». «Meglio Pinochet del trio Napolitano-Renzi-Berlusconi».

Questo il clima di quella fine maggio. E Moro, che già si era conquistato una certa fama di cantante impegnato per un brano del 2007 contro le mafie, ebbe la pensata geniale: prese un suo vecchio brano del 2008, Gastrite, sconosciuto ai più, e cambiò un verso per esprimere lo “schifo” verso il Quirinale. La cosa curiosa è che il verso originale, scritto meno di un paio d’anni dopo l’elezione di Re Giorgio, diceva “stimo Napolitano, non il politico l’essere umano”. Ma nella piazza grillina, voilà, il sentimento fa inversione a U. Gastrite racconta la storia di un precario che «somatizza, dorme poco» e alla fidanzata può dare solo amore. «Mi mancano Bettino, gli anni 80 e la Dc», grida Moro nella versione originale. «Voglio un avvenire!».

Lasciate le piazze grilline, il sol dell’avvenire si è materializzato con il brano engagè sulle stragi che hanno insanguinato l’Europa e che ha vinto Sanremo. Al di là delle accuse di plagio, c’è da chiedersi se sia il reale pensiero di Moro. Che sulla politica appare tanto confuso quanto desideroso di apparire impegnato e indignato. Ma stavolta forse vale pena credergli. Almeno fino alla prossima piazza.

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